“Altro” il nostro Dio – XXIV del T.O.

CristoErano stati giorni intensi quelli condivisi dai discepoli con Gesù. Molteplici ed evidenti i segni che ne attestavano la plausibilità del suo essere un uomo speciale, tanto è vero che non faticano a riportare il parere della gente quando, sollecitati dal Maestro a dire il sentire comune circa la sua persona, affermano che egli è Elia o il Battista o qualcuno dei profeti.

Aveva sfamato un’intera folla, aveva sedato il mare in tempesta, guarito un sordomuto, ridato la vista ad un cieco, risuscitato una fanciulla, animato la speranza di quanti pativano l’irreversibilità di una loro condizione di disagio e tanti altri segni ancora. Come non restarne affascinati? I discepoli – ciascuno per la sua parte – avevano scommesso il loro presente e il loro futuro su quell’uomo tanto da abbandonare persino occupazioni ed affetti. Finalmente le antiche promesse tenute vive dai profeti stavano per trovare compimento in quell’uomo di cui essi erano i più stretti collaboratori e gli amici più intimi.

Ma quel giorno, mentre erano in cammino, lontani dai luoghi ufficiali della religione, quella strada che stavano percorrendo diventa il luogo dove era fissato l’appuntamento perché potessero esprimere con spontaneità ciò che abitava il loro cuore. Interessante il verbo all’imperfetto – li interrogava – segno di un’azione mai conclusa una volta per tutte. Infatti è sempre là dove il pensiero e il linguaggio corrispondente non è necessariamente codificato che il Maestro continua a porre la domanda ai discepoli di ogni tempo, quasi a dire: lascia stare le formule in cui vorresti rinchiudere una persona. La strada – simbolo della vita – è il luogo delle parole spontanee, libere da ogni controllo e da ogni codice. Luogo non confessionale la strada. Lì, da duemila anni, risuona la domanda di Gesù: ma voi, chi dite che io sia?

E Pietro – povero Pietro – nel suo slancio generoso non esita a dirgli quello che Gesù rappresenta per lui e per gli altri: tu sei il Cristo! Cioè: finalmente non c’è più nulla da attendere, Israele potrà conoscere la sua restaurazione politica e sbarazzarsi definitivamente dell’occupazione straniera. Tentazione trasversale ad ogni generazione di credenti quando si convincono che è mediante logiche, linguaggi e segni di potere che è possibile instaurare il regno di Dio.

Comprendiamo così come la professione di Pietro sia sincera, ma incompleta e impropria. Sarà solo sotto la croce che un pagano, il centurione, vedendo quell’uomo morire in quel modo potrà esclamare: veramente quest’uomo era Figlio di Dio! Non prima. Per questo Gesù chiede di non rivelare a nessuno la sua identità. Perché sarebbe stata a rischio di equivoco.

Cominciò a spiegare… quanta tenerezza in questa espressione. Il Maestro sa che ciò che sta consegnando è troppo grande per loro e molto difficile da accettare. E perciò deve far comprendere ai discepoli che egli è davvero il Cristo ma fare il Cristo significa stare nella vita secondo uno stile di consegna di sé fino alla fine, senza mai prevaricare.

Avrebbero destabilizzato chiunque quelle parole pronunciate da Gesù per la strada. Agli orecchi del povero Pietro dovettero risuonare come una doccia fredda. Ma come? Da secoli Israele aspettava un Messia che finalmente avrebbe risollevato le sorti del suo popolo e ora che le antiche promesse sembrano compiersi in quell’uomo di Nazareth, egli si sente ripetere ,che non attraverso una via di forza verrà instaurato il regno di Dio ma mediante un percorso che conoscerà addirittura la riprovazione dello stesso Messia?

Non ti accadrà mai, ripete il Pietro di ogni tempo che resta chiuso alla prospettiva avanzata dal Maestro.

Va’ dietro a me, satana. A questo punto emerge la non-fede di Pietro il quale diventa addirittura colui che ostacola mettendosi di traverso. Penso a tutte le volte in cui anche noi come comunità cristiana ostacoliamo il cammino del Signore quando immaginiamo la vita cristiana “come qualcosa che i poteri del mondo sarebbero chiamati ad assicurare e a circondare di opportune protezioni, e la chiesa a sua volta come una potenza da organizzare e da difendere alla stessa maniera delle altre potenze”. La tentazione di fraintendere il volto del Signore e il senso del nostro essere discepoli è sempre ricorrente.

La strada intrapresa dal Maestro non conosce garanzie di sorta. Senza sconti il suo procedere. Il cammino tracciato da lui è il cammino dell’antipotere. Chi lo vuol seguire non può non “perdersi con lui”.

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