VOI SIETE IL CORPO DI CRISTO – I LECTIO SEMINARISTI DI BASILICATA – 10/09/2018

1Cor 12,12-31

Introduzione

“Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi” (1Tm2,4). Ma come è possibile giungere alla salvezza? Mediante la Chiesa, resa idonea da Dio a compiere la sua missione attraverso la ricchezza dei doni, i carismi.

Quanto l’apostolo Paolo scrive alle varie comunità e che costituisce quello che noi chiamiamo Corpus paulinum, è sempre frutto di ben precise circostanze. Se questo è vero per tutte le lettere, lo è ancora di più per la I Lettera ai Corinti. A Paolo, infatti, erano giunte delle voci a proposito di quello che accadeva in seno alla comunità: una comunità piuttosto vivace ma quanto mai divisa. La prima divisione riguardava proprio l’apostolo Paolo a proposito di cosa si debba intendere quando si definisce una persona “spirituale”.

Si tratta di una comunità composta dai cosiddetti Gentili, provenienti dal paganesimo. Risentivano tanto dello spirito ellenistico: infatti, soprattutto in temi di vita morale, più che essere orientati dalla fede cristiana, molto giocava su di loro l’essere di Corinto con un ben preciso pensiero a riguardo. Proprio per questo, Paolo pensò bene di scrivere loro la lettera in questione.

Essi avevano già fatto esperienza dei doni dello Spirito (soprattutto la glossolalia) e, pertanto, si ritenevano già persone spirituali. Parlare in lingue li aveva convinti che fossero un po’ come gli angeli, sebbene ancora avessero un corpo. Ritenendosi “spirituali”, sentivano forte il bisogno di un distacco dal corpo: infatti, non avevano tardato a negare la risurrezione finale (1Cor 15,12) e a non farsi problemi circa la dimensione sessuale (1Cor 6,12,20).

Erano, inoltre, convinti che lo stadio di maturità a cui erano pervenuti fosse già una sorta di compimento: cosa c’era ancora da attendersi?

Bastava partecipare alla mensa eucaristica ed essersi nutriti del corpo di Cristo per sentirsi al sicuro. Che poi la vita fosse in dissonanza con ciò che la celebrazione voleva esprimere, poco importava. Per questo Paolo dovrà proibire di prendere i pasti nei templi (1Cor 8,1-10,22).

Nei capp. 12-14 spiega la natura e l’articolazione dei vari carismi, senza dimenticare che la condizione per una autentica esperienza carismatica è la carità.

Il nostro brano richiama in qualche modo il celebre apologo di Menenio Agrippa (V sec. a.C.) che cercava di giustificare le differenti classi e funzioni per un armonico sviluppo della società. Ma quell’immagine aveva il suo rovescio perché giustificava le prevaricazioni e gli squilibri sociali. Il cristianesimo, invece, proprio con san Paolo, proclamerà che “non c’è Giudeo né Greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28).

Dall’autoaffermazione al dono di sé

Una volta chiarito che cosa è e che cosa non è dello Spirito (1Cor 12,1-3), Paolo richiama l’importanza dei doni dello Spirito riletti in funzione dell’unità del Corpo di Cristo. E non è un caso che proprio il dono delle lingue venga messo per ultimo.

Poiché il nostro Dio, a differenza degli idoli afoni, è un Dio che parla e lo fa attraverso i suoi, ecco che questi sono muniti di operazioni diverse in vista dell’evangelizzazione per l’opera dell’unico Spirito.

Qualora si arrivi a leggere il proprio carisma solo in forma esclusiva prescindendo dal suo carattere di dono che viene dall’alto, viene annullata la capacità di quel dono perché sia secondo ciò per cui Dio lo ha elargito: dono di salvezza e di comunione con Dio per se e per gli altri. È vero: “a ciascuno è data una manifestazione dello Spirito”, ma guai a perdere di vista che “tutte queste cose opera I ‘unico e medesimo Spirito”. Non è un caso che si parli di charismata, da charis, a sottolineare la dimensione di gratuità del dono.

I Corinti di allora e quelli di sempre devono ricordare che, nella vita spirituale, nella vita di fede, c’è un passaggio mai del tutto compiuto: dall’autoaffermazione al dono di sé. Tutto ciò di cui la comunità dispone non è in vista di una sorta di progetto personale finalizzato all’autoesaltazione. I carismi diversi che lo Spirito ha disseminato nella comunità sono per un progetto più grande che è l’edificazione del Corpo di Cristo. Molteplici sono i doni elargiti da Dio ma non già perché chi ne è partecipe ne faccia un motivo di vanto quanto piuttosto perché una particolare comunità umana – Corinto, Potenza, il Seminario – divenga prolungamento della presenza di Cristo nella storia, luogo in cui sia possibile fare esperienza di Lui. Poiché la Chiesa è che la continuazione del corpo fisico e della persona di Cristo, essa è il nuovo organismo che ora continua l’opera con la quale Cristo evangelizzava, compiva il bene, intratteneva relazioni umane. E l’individuo, potrebbe obiettare qualcuno, che fine fa? Esso è sorpassato ma mai annientato.

vv.12-14 Paolo entra subito in medias res portando come argomento l’apologo del corpo. La Chiesa, afferma l’apostolo, ha la stessa struttura del corpo umano: esso è composto da elementi diversi che, tuttavia, sono funzionali al bene dell’intero corpo. Proprio la diversità manifesta la funzionalità del corpo e la capacità di fronteggiare le varie situazioni della vita.

Così anche Cristo sta per: così anche il corpo di Cristo.

L’azione dello Spirito genera un corpo che è segno di Cristo in quanto appartiene a Lui. Un giorno, quando siamo stati immersi nello Spirito, siamo stati trasformati da Lui. la condizione per tenere viva la grazia di quel rinnovamento è l’abbeverarci ancora a questa fonte che sazia ogni desiderio e purifica ogni debolezza.

La Chiesa si edifica non perché compie gli stessi gesti ma perché si lascia plasmare dall’unico Spirito. Tutte le altre operazioni (parlare allo stesso modo, vestire allo stesso modo, compiere gli stessi gesti) che pure mettiamo in atto per esprimere unità tra noi, hanno le ore contate se non nascono dall’unico agente che è lo Spirito Santo. Solo lo Spirito fa sì che tutto ciò che di per sé crea barriere e genera conflitti nella società umana (si pensi alla distinzione etnico-culturale: giudei o greci o quella sociale: schiavi o liberi), venga trasformato in una unità organica chiamata ad essere segno di Cristo nella storia. Cfr. Gv 13,35: “Da questo tutti sapranno…”.

La comunità che i cristiani sono chiamati a costruire nel mondo non è un semplice intreccio di relazioni più o meno tolleranti. Paolo parla di corpo di Cristo: è presupposto, cioè, un esplicito radicarsi in Gesù Cristo, un inserirsi in un organismo vivo qual è la persona di Gesù.

vv.14-20 Posta questa base, Paolo attinge a un lungo esempio così da aiutare i Corinti a non assolutizzare il proprio carisma e il proprio compito se non si vuol distruggere la comunità stessa.

Il corpo non è formato da un membro solo

Le singole membra del corpo non sono il corpo, ma il corpo non sarebbe tale se ne mancasse anche uno solo di essi. L’armonia delle membra è stata voluta da Dio stesso. La chiave di tutto è proprio al v. 18 quando Paolo afferma: “come egli ha voluto”. C’è un disegno della benevolenza divina al quale rifarci continuamente: senza tale disegno, infatti, il corpo non potrebbe sussistere. Dare preferenza a un solo membro equivarrebbe a minare la stessa entità del corpo.

Il corpo non solo ha molte membra ma è molte membra (avere dei fratelli o essere fratelli?). Appartenere al corpo significa essere corpo (sarebbe interessante verificare lo spirito di solidarietà che esiste tra noi: molto spesso c’è uno spirito di corpo molto più accentuato tra associazioni lavorative che non nel Corpo di Cristo che è la Chiesa; pensiamo solo alle tristi vicende di questo momento dentro la comunità cristiana).

vv. 21-26 Paolo inscena quindi una sorta di drammatizzazione immaginando un dibattito nel quale alcune membra interloquiscono per rivendicare una propria impossibile autonomia: “Non ho bisogno di te/di voi”. Dio, piuttosto, ha disposto che proprio le membra più deboli fossero le più necessarie. Sullo sfondo si intravedono le tensioni all’interno della comunità di Corinto.

Quale rapporto deve esistere tra le diverse membra? L’apostolo risponde a questa domanda attraverso il vocabolo “bisogno”: ciascuno deve riconoscere di aver bisogno dell’altro e, nello stesso tempo, deve essere disponibile ad andare incontro al bisogno dell’altro.

Come si esprime questo equilibrio? Paolo esemplifica:

  • protezione delle membra che meritano più attenzione e rispetto;
  • necessità dell’aiuto reciproco (usa il termine merimnan che significa cura e partecipazione);
  • compartecipazione e solidarietà nelle varie vicende che riguardano ciascuno;
  • consapevolezza che senza l’altro io non sono.

In vista della missione, lo Spirito esprime una diversificazione operativa con la creatività che gli è propria suscitando carismi diversi: ogni dono è allo stesso tempo essenziale e non sufficiente ad esaurire la personalità del Cristo. Il fatto che Dio stesso abbia mischiato/unito (v. 24) tale collaborazione esclude l’eventualità di cammini solitari e autonomi che non portano ad altro se non allo schisma, allo strappo, alla divisione (v. 25).

Paolo parla poi del debole, asthenes. Chi è? Va identificato con colui che è scandalizzato e mortificato dalla contro testimonianza di chi si ritiene forte (ne ha parlato nei capp. 8-10 a proposito delle carni immolate agli idoli). Se è vero che il più debole ha bisogno del più forte, è vero anche il contrario: infatti, proprio l’onore riservato ai deboli è ciò che onora e nobilita anche i forti. È sotto gli occhi di tutti che alcuni doni siano più appariscenti: lingue, i miracoli, le guarigioni, le profezie e altri più funzionali: apostoli, maestri. Ma la comunità esiste solo se i diversi doni sono riconosciuti per l’annuncio. Anzi, proprio i carismi e i ministeri meno appariscenti (ritenuti vili) sono quelli più necessari per il vivere ecclesiale.

v. 27 Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra.

È questo il tema pedagogico del vostro anno formativo.

Dopo aver parlato della metafora del corpo, Paolo fa una affermazione di identità: i Corinzi sono corpo di Cristo e sue membra. Proprio per questo, tutto quanto illustrato a proposito del corpo umano, a maggior ragione vale per i battezzati.

Ognuno secondo la propria parte: qual è la mia?

vv. 28-30 L’armonia che Dio ha costituito nel corpo umano è la stessa che ha creato nella Chiesa articolandola in varie membra, diversi carismi e ministeri. Il fine non è l’uniformità ma una complessità organica determinata dalla fantasia dello Spirito.

Abbiamo gli apostoli, cioè coloro che pongono le basi della vita di fede, poi i profeti, cioè coloro che proferiscono le parole dello Spirito, poi i maestri, cioè gli interpreti e i catechisti della Parola, coloro che fanno miracoli e coloro che operano guarigioni, coloro che hanno il dono dell’assistenza e quelli che hanno il dono del governo, infine coloro che hanno il dono di parlare e interpretare le lingue.

Paolo conclude, poi, con sette domande che evidenziano il rischio di monopolizzare o appiattire i vari doni spirituali

Ma il modo per diventare ragguardevoli nella Chiesa non è l’esercizio di questo o quell’altro ministero o essere depositario di un carisma invece di un altro. C’è un unico modo ed è la carità, la via migliore di tutte.

La carità è la “via”, quella via che porta all’edificazione della comunità e che i Corinzi stanno abbandonando a favore di una esaltazione privatistica di alcuni doni speciali.

C’è un carisma che dobbiamo avere tutti, che è la via migliore, che è l’amore verso Dio e verso gli altri. Per quanto riguarda il resto ognuno sia quel che è e accetti l’altro così com’è.

 

Meditatio

Ti preghiamo umilmente:

per la comunione al corpo e al sangue di Cristo

lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo. (Preghiera Euc. II)

È significativo che, nel cuore di ogni preghiera eucaristica, la Chiesa ci faccia pregare invocando l’azione dello Spirito “perché diventiamo un solo corpo e un solo spirito” (Preghiera Euc. III), quasi a non voler dare per acquisita l’esperienza della comunione tra di noi.  Quello che noi siamo come Chiesa non è il risultato dell’ingegno umano o semplice accumulo delle competenze di ognuno, ma è azione dello Spirito.

Viviamo in un clima di individualismo esasperato e di conseguente solitudine. Rivendichiamo autonomia e privacy in ogni ambito, non ci sentiamo o, addirittura, non vogliamo più essere parte di niente e di nessuno. !uante volte anche nei nostri presbiterii ci si arrocca dicendo: “Non ho nulla a che spartire con loro… Meglio stare alla larga dai preti…”, credendo che facendo da soli facciamo sicuramente meglio. Può darsi che sia così, ma abbiamo perso il senso di quello che siamo e abbiamo snaturato il senso di quello che a noi è stato partecipato dal Signore. Paradossalmente, in un mondo in cui la comunicazione è oltremodo facilitata attraverso strumenti sempre più all’avanguardia, ciò che manca è la comunione.

La paura caratterizza non poche volte i rapporti tra noi. È possibile uscirne? E come? Paolo suggerisce che è possibile solo se superiamo il convincimento che il bisogno dell’altro sia un impedimento alla realizzazione di noi stessi. Le differenze non sono solo frutto di un capriccio umano ma sono volontà di Dio. È possibile uscirne solo se la differenza tra me e l’altro non diventa diffidenza ma relazione: infatti, la mia più vera identità e la mia vocazione si dispiega proprio nel sostenere l’altro. Cosa sarebbe ad esempio una mamma o un papà che a fronte di un figlio disabile, scegliessero una loro autonoma realizzazione a prescindere dal figlio? Preserverebbero la loro integrità fisica, probabilmente ma snaturerebbero la loro identità vocazionale.

Quando la Scrittura narra le origini dell’uomo, la relazione tra le persone è un costitutivo fondamentale: Dio non crea soltanto la persona ma anche la relazione tra le persone. L’altro non è un incidente di percorso o uno che se non ci fosse sarebbe meglio. L’altro è una presenza inevitabile: sta a te scegliere se abbracciarlo come fratello o se respingerlo come una minaccia. Evitare gli eventi o offrirsi agli eventi, secondo la bella espressione del teologo francese Maurice Bellet?

A ragione J. Guitton scriveva che “in mancanza di un amore comune ci accontentiamo (e nutriamo, aggiungo io) di una paura comune”. Dove nasce la paura se non nella incapacità a saper integrare le differenze? Quando l’uomo perde la sua somiglianza con Dio finisce per assurgere a paradigma autonomo di umanità e l’altro è accolto solo se riesce a soddisfare il proprio bisogno. Non è un caso che da subito, rotta la relazione con Dio, il giardino di Eden diventa spettatore della rottura della relazione tra l’uomo e la donna e, in seguito, di quella tra fratelli.

“Fuggire dall’altro è fuggire da me stesso” (M. Buber).

Nella Chiesa “sacramento di Cristo” (segno sensibile e strumento efficace della sua presenza attiva) il primo e più efficace ‘sacramento’ è proprio la comunione dei suoi membri, tanto più in un contesto sempre più diviso e pieno di tensioni e sopraffazioni.

Nella Presbiterorum Ordinis (Decreto sul ministero e la vita sacerdotale) al n. 6 è scritto: “Non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della Sacra Eucaristia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità”.

Lo Spirito Santo elargisce i suoi doni non per favorire personalismi ma per far crescere i fratelli; non per ricadere nell’autoesaltazione quanto per renderci strumenti di salvezza; non per acuire le inevitabili lacerazioni ma per far brillare la bellezza della comunione.

La grandezza di ciascuno, perciò, non risiede nella separazione aristocratica dagli altri, ma nella relazione coltivata con tutti.

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Dalle Fonti Francescane 1782

“E diceva che sarebbe buon frate minore colui che riunisse in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi frati: la fede di Bernardo, che la ebbe perfetta insieme con l’amore della povertà; la semplicità e la purità di Leone, che rifulse veramente di santissima purità, la cortesia di Angelo, che fu il primo cavaliere entrato nell’Ordine e fu adorno di ogni gentilezza e bontà, l’aspetto attraente e il buon senso di Masseo, con il suo parlare bello e devoto; la mente elevata nella contemplazione che ebbe Egidio fino alla più alta perfezione; la virtuosa incessante orazione di Rufino, che pregava anche dormendo e in qualunque occupazione aveva incessantemente lo spirito unito al Signore; la pazienza di Ginepro, che giunse a uno stato di pazienza perfetto con la rinunzia alla propria volontà e con l’ardente desiderio d’imitare Cristo seguendo la via della croce; la robustezza fisica e spirituale di Giovanni delle Lodi, che a quel tempo sorpassò per vigoria tutti gli uomini; la carità di Ruggero, la cui vita e comportamento erano ardenti di amore, la santa inquietudine di Lucido, che, sempre all’erta, quasi non voleva dimorare in un luogo più di un mese, ma quando vi si stava affezionando, subito se ne allontanava, dicendo: Non abbiamo dimora stabile quaggiù, ma in cielo”.

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