Amica di Dio, amica dei fratelli – In ricordo di Rosetta

Sono passati otto anni dalla scomparsa di Rosetta. Anche oggi ci ritroviamo a pregare per lei e con lei consapevoli che il nostro legame non si è interrotto ma trasformato. So da alcune testimonianze di persone che l’hanno conosciuta attraverso quello che avevo provato a delineare della sua figura il giorno delle esequie o attraverso altre testimonianze, che Rosetta intercede per chi attraversa un dolore o una prova grande. Tanti se la ritrovano inaspettatamente compagna di cammino e sostegno in un momento di fatica. Questo non mi stupisce perché chi l’ha conosciuta ha toccato con mano la grandezza della sua fede fino alla fine proprio mentre il suo corpo andava via via smettendo le sue funzioni vitali.
Mi immagino la sorpresa inattesa e la gioia da parte di Gesù nel dover riconoscere che questa donna, pur passata attraverso molteplici tribolazioni, si è mantenuta fedele e non è venuta meno. Lei che non sapeva di teologia aveva un senso di Dio tanto grande da rischiarare anche le tenebre più fitte che ha dovuto attraversare.
Chi non ricorda la passione per l’amicizia, per gli affetti, per i legami da parte di Rosetta? L’amicizia, prima terapia dell’esistenza. La vita comincia a guarire solo quando è inserita in legami di fiducia: verso altri, ed è amicizia, verso Dio, ed è fede. Sappiamo bene che l’opposto dei legami di fiducia è il sistema del sospetto e la cultura della diffidenza.
Una donna che sapeva voler bene, sapeva continuamente far spazio all’altro e al suo bisogno. Una donna dal cuore aperto, generoso, disinteressato (santa abbondanza, la chiamavamo). A casa sua si poteva ricorrere per qualsiasi necessità di tipo materiale o anche solo per il conforto di una parola. Sapeva che attraverso quei legami passava molto di più di quanto a una lettura superficiale poteva apparire.
Come non ricordare l’affetto che ha legato Rosetta a un luogo che non era il suo di provenienza?
Una fiducia disarmante nel Signore ha accompagnato sempre i giorni e i passi di Rosetta. Quella fiducia che all’inizio della malattia le ha fatto sperare la guarigione e poi, via via, le ha fatto accogliere con spirito di abbandono quanto la vita le chiedeva di assumere. Alla fine scoprirà che ciò che più le stava a cuore non era neanche più la guarigione ma l’amicizia di Dio che per nessun motivo al mondo avrebbe voluto perdere. “Non sanno cosa perdono le persone che non hanno conosciuto il Signore”, amava ripetere. La fede per Rosetta era un mettersi nelle mani di Dio, proprio come sa fare chi ha dimestichezza con le relazioni umane.
Quella fiducia le ha sempre restituito la consapevolezza che il Signore le fosse accanto. Sempre. Comunque. Anche quando tutto portava i segni evidenti di una solenne smentita. Si sentiva custodita: sapeva di essere in buone mani.
La fede di Rosetta era una fede frutto di molta umiltà. Aveva un giusto sentire di sé, Rosetta. Mai una punta di orgoglio o di superbia: era consapevole dei suoi doni ma sapeva anche farsi da parte al momento opportuno.
La fede di Rosetta era una fede capace di evidenziare il bene.Lo sguardo di Rosetta è sempre stato uno sguardo sereno, proprio di chi sa amare senza paura e senza calcolo.
Non credo di esagerare se affermo che anche Rosetta è stata ed è per noi un segno, in modo particolare attraverso quel suo entrare nella morte affidandosi. Segno tutto ancora da rileggere e da accogliere. Un dono a noi offerto dalla misericordia di Dio per iniziare a camminare in novità di vita.
Ho avuto la grazia di frequentare presso di lei una scuola senza eguali, la scuola della fede, che non rilascia attestati di frequenza o di merito, perché il merito – se mai – sarà la mia vita e la mia morte a verificarlo. Sono stato lì, a scuola di fede, dal 21 agosto all’11 settembre 2010.
In realtà questa scuola avevo avuto modo di frequentarla per almeno 36 anni, da quando mia sorella Rosetta – avevo solo 7 anni – aveva lasciato casa per sposarsi e trasferirsi in un paese vicino. Prima i ricordi sono piuttosto vaghi: ho memoria di quando, inavvertitamente, mi aveva fatto cadere per le scale all’età di tre anni. Ma dal 20 aprile 1974, il giorno del suo matrimonio, a sua insaputa, lei è stata per me una grande maestra pur non avendo conseguito studi teologici e nemmeno studi superiori. Aveva solo la terza media. Ma evidentemente c’è una sapienza che nessuna scuola terrena riesce a impartire. La sapienza, il gusto cioè delle cose di Dio, che Egli stesso rivela ai piccoli, a chi prova a fargli spazio nella propria vita con fiducia e disponibilità. Tornavo volentieri a questa scuola quando avevo modo di trascorrere qualche giorno di vacanza a casa sin da quando ero seminarista. E con lei avevo modo di assaporare cose semplici ma vere, anzitutto il suo prendersi cura di tutti. Con lei si respirava un’aria di semplicità e di vita. Semplicità – sine plica – senza pieghe. Poi il suo accogliere la morte del marito avvenuta d’improvviso leggendo in quell’evento non già il segno di una disgrazia ma l’invito a stare nei passaggi della vita con spirito di fede. Quella morte, infatti, dischiuderà per lei la possibilità di un percorso di conformazione al Signore Gesù che la porterà poi ad entrare nella sua personale morte con spirito di abbandono. Ogni giorno che passava diventava occasione per fare suoi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù. E non è forse questo il senso della vita cristiana: arrivare ad avere in noi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù?
Ho immaginato che il Signore ponesse a lei, Rosetta, la domanda posta un giorno ai discepoli: ma voi chi dite che io sia? Rosetta, tu chi dici che io sia? La risposta, per Rosetta, non risiedeva in una formula ma in una esperienza di vita che lei ha voluto vivere senza mai dissociarsi dal suo Signore, leggendo tutto di sé alla luce del Vangelo.
Il giorno dei suoi funerali non poche persone salutandomi mi confessarono: se qualcosa abbiamo conosciuto della fede cristiana lo dobbiamo a lei.
Amava ripetere: “Preghiamo sempre nel Padre nostro: sia fatta la tua volontà… e proprio ora dovremmo tirarci indietro?”.
Pretendere da Dio “segni” e “miracoli” per continuare a dargli credito è indice di una fede inesistente. Credere è consegnarsi a Dio con un gesto gratuito e fiducioso, perché si è accolto “il segno” che Egli ci ha dato nella persona di Gesù. E questo basta per continuare a vivere. Questo basta per accettare di entrare nella propria morte.

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