Tu sei quell’uomo – XXII del T.O.

Poveri scribi e farisei! È il caso di dire che andarono per suonare e furono suonati. Mai più avrebbero pensato che l’aver colto in flagrante i discepoli del Maestro di Galilea, si trasformasse, invece, in una vera e propria invettiva contro il loro modo superficiale di rendere culto.

Avevano addirittura compiuto un viaggio per riferire la cosa a Gesù, ma lo avevano fatto portando già una sentenza scritta a riguardo: i discepoli avevano disatteso la Legge. Si erano recati da lui non già per lasciarsi interpellare circa ciò che è buono ma per protestare e sentenziare. Non c’è viaggio che tenga per chi ha già deciso nel suo cuore da che parte stare. Per questo, pur trovandosi di fronte allo stesso Figlio di Dio, essi continuano ad accostare la vita solo a partire dal criterio fedeltà/infedeltà, lecito/illecito, ovviamente riletto nell’esistenza altrui, non nella propria. Credono, infatti, di essere nel giusto ma sono incapaci di accorgersi della trave che custodiscono nel loro sguardo. La durezza del loro giudizio e la convinzione di essere sempre e comunque a posto, non permette più di leggere gli altri come fratelli ma soltanto come degli inadempienti. Anzi: proprio la spietatezza con cui sentenziano sulle vite altrui, finisce per palesare il vuoto che custodiscono nel loro cuore. Si ritrovano così perennemente alla ricerca di una apparenza che controbilanci l’inconsistenza delle loro vite. Non accade, talvolta, di farci paladini delle più ardite battaglie proprio mentre le nostre esistenze sono in totale dissonanza con ciò che proclamiamo?

Accade, eccome se accade, di nascondere dietro una norma da far osservare le nostre insicurezze, la nostra ignavia.

Accade, eccome se accade, di continuare a fare proclami per cose che noi non abbiamo intenzione di toccare neppure con un dito.

Accade, eccome se accade, di riempirci la bocca di parole che, tuttavia, non abbiamo mai provato a interiorizzare e a fare nostre.

Accade, eccome se accade, di avere sempre sulla bocca il nome di Gesù ma di non permettere che esso orienti sentimenti e pensieri del cuore.

Accade, eccome se accade, di stabilire da noi chi è dentro e chi è fuori, in nome di una fedeltà al vangelo di cui, proprio come scribi e farisei, ci riteniamo custodi e paladini e che abbiamo finito per dare per scontata. Eppure, la Parola di Dio, non cessa di ripetere al Davide di turno che si indigna per il male che altri hanno compiuto: “Tu sei quell’uomo” (2 Sam 12,7). Parafrasando san Paolo, quanto avremmo bisogno di non far uso del diritto conferitoci dal vangelo (cfr. 1Cor 9,18)!

Accade, eccome se accade, di avere la lettura giusta per ogni situazione tanto da ergerci a giudici incontrastati non solo dei gesti ma addirittura delle altrui intenzioni.

Accade, eccome se accade, di adempiere ineccepibilmente un culto per tacitare la nostra coscienza e che, però, ha finito per non alimentare più l’anima, oscillando così tra la bulimia dell’ineccepibilità fine a se stessa e l’anoressia dell’interiorità.

Accade, eccome se accade, di intimare agli altri ciò che è necessario fare e di tirarci indietro nell’assumere la nostra parte di responsabilità.

Accade, eccome se accade, di voler avere sempre e comunque l’ultima parola e di imporla ad ogni costo, dimenticando di essere solo dei poveri uomini.

Accade, eccome se accade, di vantare chissà quale pedigree in base al quale concludere che in noi non c’è colpa alcuna e, perciò, di ritenere di essere senz’altro in stato di grazia. Eppure, a voler leggere la vita di tutti gli amici di Dio, la percezione più chiara che ha sempre accompagnato la loro esistenza è stata la distanza abissale dalla grandezza di Dio. Un esempio per tutti: Giovanni d’Arco, donna guerriera, paladina di ardite battaglie. Tuttavia, nel processo che poi stabilirà la sua condanna, alla domanda se fosse in grazia di Dio, rispose in tutta verità e umiltà: “Spero di esserlo e, se non lo sono, chiedo al buon Dio di mettermi in quello stato”. Spero di esserlo…

La rettitudine, prima ancora che esprimersi nella inappuntabilità dei gesti, ha il suo alveo naturale nel cuore. Per questo, l’attenzione, prima ancora che curare gli atteggiamenti, deve puntare su ciò che il cuore ospita. A nulla serve potare un albero se non si ha cura di concimare le radici. A poco serve evangelizzare i comportamenti se non si evangelizza il cuore.

L’educazione non è anzitutto apprendere dei modi ma far sì che il cuore sia capace di esprimere scelte convinte, sia in grado di combattere il proprio egoismo e di perseverare nella strada intrapresa, sia irremovibile contro tutto ciò che vorrebbe indurlo al male. Non basta, infatti, intravedere il bene e approvarlo: è necessario avere la forza di compierlo e ciò è possibile solo se il Signore piega le nostre menti orgogliose e ribelli al suo disegno di amore.