L’altra faccia delle cose – Giovedì XXI del T.O.

vigilareSembra quasi una liturgia di Avvento quella odierna con il suo invito a vegliare. Ma non è ancora Avvento. Segno, perciò, che la vigilanza è attitudine permanente del discepolato evangelico.

Vegliate, cioè imparate a comprendere ciò che sta accadendo. Imparate a scorgere il credito di fiducia che Dio continua ancora, nuovamente, ad accordare all’uomo. Imparate a vivere altrimenti, capaci di sottrarvi alla seduzione idolatrica quotidiana, quella che impedisce di vedere oltre, di essere altrimenti.

Forse non misuriamo quale carica di speranza, di vita, d’accensione di fiducia, di energia, quanto fermento sia custodito in questo pensiero, se solo ci sfiorasse più di quanto oggi ci sfiora: “Il Signore verrà”. Quando si aspetta qualcuno il suo arrivo non è mai improvviso; l’ospite può essere in anticipo o in ritardo, ma non giunge mai inatteso!

E intanto che cosa fare? La liturgia ci consegna dei verbi/atteggiamenti.

Aspettare. “Solo le donne, le madri, sanno che cos’è il verbo ‘aspettare’. Il genere maschile non ha né costanza né corpo per ospitare attese” (così Erri De Luca in Nocciolo d’oliva). Questo è tempo in cui riscoprire la parte femminile di ciascuno di noi dove solo è possibile ospitare le attese, le speranze, le aspirazioni. Questo è tempo in cui sviluppare la capacità di ospitare l’attesa mediante la sobrietà, ovvero l’uso corretto e non smodato dei beni.

Essere attenti. L’attenzione è il contrario della distrazione e dell’indifferenza.

Se manchiamo di attenzione verso le cose della vita, vuol dire che siamo distratti.

Se manchiamo di attenzione verso gli altri, vuol dire che siamo indifferenti.

Siate pronti: è invito ad aprire gli occhi, a osservare tutto con viva curiosità, a cogliere il messaggio anche delle piccole cose. Invito ad accorgersi dei tanti segni di una possibile presenza. Come non cogliere qui ciò che fa la differenza nella vita di ogni giorno tra un cercare i segni e riconoscere i segni? È l’attenzione che affina lo sguardo e ci fa riconoscere i segni.

Vegliare, ovvero recuperare l’altra faccia delle cose assumendo come unità di misura il metro di Dio. Vegliare è l’atteggiamento che indica la capacità di vincere la notte, di far fronte all’imprevisto. Chi vigila vive la consapevolezza che ogni scelta è importante e ogni gesto è decisivo. Il vegliare di cui si parla nel brano odierno non è il vegliare del timore, ma quello dell’amore: la veglia come attesa fiduciosa che vive della consapevolezza di essere fatti per un incontro, per un riconoscimento.

Vegliare non è questione di sottrarsi al sonno. Vegliare è riconoscere un’incompiutezza, patire una mancanza e perciò sentire il vuoto di un’assenza. Quale assenza? Quella di quel signore partito per un lungo viaggio. La sua non è mai una presenza incombente se la fiducia che ha nei nostri riguardi ha fatto sì che ci consegnasse la sua casa e ci desse il suo stesso potere su ogni cosa. Vegliare è scrutare all’orizzonte il suo venire. E tuttavia, questo tempo della sua assenza, non è tempo banale, ma tempo riempito da una operosità capace di interpretare i desideri di colui che ha affidato a ciascuno il suo compito.

Vegliare è altra cosa dal sorvegliare.

Si sorveglia in nome della legge. Si veglia in nome della tenerezza.

Vigilare è leggere in profondità gli avvenimenti per non evadere dalla storia, unico luogo possibile in cui sia dato poter riconoscere e incontrare il Signore. Stiamo vivendo un particolare momento storico caratterizzato da profondi mutamenti sociali, culturali, religiosi. Il rischio, per noi, è quello di dare risposte a domande mai poste. Dio giunge sempre in una maniera sorprendente (cfr. le 4 ore di Mc 13). Non è che, forse, – e sottolineo il forse – la storia va letta anche a partire dal suo rovescio (ammesso che riusciamo a definire quale il diritto e quale il rovescio)?

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