Cosa vuoi fare? – XXI del T.O.

Ci sono frangenti che più di altri segnano uno spartiacque nella nostra vita: non è possibile restare in una sorta di indeterminatezza in attesa che qualcosa decida per noi. La questione si pose anche per i discepoli a Cafarnao. Duro, infatti, era stato il modo di parlare del Signore: erano rimasti addirittura scandalizzati tanto da mormorare tra di loro proprio come era accaduto alla folla e ai Giudei. La memoria del miracolo a cui avevano assistito e di cui avevano beneficiato, era come svanita.

Come di solito accade in simili frangenti, si finisce per fare la parte della volpe che non arriva a mangiare l’uva: l’accusa di essere ancora acerba (nondum matura est). Piuttosto che riconoscere l’incapacità a lasciarsi mettere in gioco da quanto il Signore aveva detto dopo il segno dei pani condivisi, i discepoli avevano preferito concludere che quel modo di parlare presentava non pochi ostacoli. Sì, è possibile perdere la fede quando, quello che un giorno ci aveva spinto a deciderci favorevolmente, oggi non sembra più plausibile. Accade, del resto, anche nelle nostre relazioni. Si finisce sempre per trovare un capo di accusa (Dio, gli altri letti come un impedimento, le situazioni registrate come un ostacolo) quando si è deciso di non concedere la fiducia a ciò che il Signore stesso ci chiede di accogliere con docilità.

Tuttavia, proprio l’impasse in cui vengono a trovarsi i discepoli, richiama una costante del cammino di fede: è possibile assumere come categoria stabile di riferimento la vita stessa del Signore Gesù così da vivere costantemente al cospetto dell’Eterno? Gli apostoli hanno toccato con mano cosa significasse tutto ciò: comportava un vero stravolgimento della vita stessa. È duro il fatto che Gesù non accetti di cavalcare l’entusiasmo del popolo che vorrebbe vederlo re. È duro dover mettere in conto di diventare essi stessi pane per la fame di altri. E come se non bastasse, Gesù non attenua affatto la prospettiva: se vi scandalizzate di questo, figuriamoci quando, per salire al cielo, dovrò attraversare il buio della passione e della morte.

Certo, ribadisce Gesù, se siamo convinti che tutto sia da risolvere solo dal versante umano, non ci sarà segno che tenga. Solo lo Spirito Santo, infatti, può portare a compimento quello che con le sole forze umane sembra impossibile. Chi non si lascia ammaestrare da lui, preferisce tornare sui propri passi col rischio di inseguire dei desideri che cozzano aspramente con ciò che invece desidera Dio per noi e da noi. Certo, è possibile tornare indietro ma quando questo accade esso è espressione di un amore che non accetta la fatica della crisi e, perciò, rinuncia a maturare. La vita nuova, quella che solo lo Spirito può donare, non conosce mai un parto indolore: essa è generata mediante un travaglio che chiede di lasciar indietro non poche cose. Le cadute e le resistenze, infatti, sono sempre occasione per più generose partenze e non necessariamente il primo passo per regredire. È lo Spirito Santo ad assicurarmi il dono della vita nei momenti in cui, pur tra tante difficoltà, continuo a credere che Gesù Cristo è ancora il pane che nutre la mia esistenza. “Non sanno cosa si perdono coloro che non conoscono il Signore”, amava ripetere mia sorella Rosetta alla vigilia della sua morte.

Nessun ribasso da parte del Signore, come di solito accade a fine stagione, nessuna proposta a buon mercato e nessuna preoccupazione per i numeri. In realtà non bada neppure alla qualità: non cerca un pedigree d’eccezione ma un cuore ancora disposto a fidarsi nonostante i contraccolpi subiti. Sarà a Pietro, infatti, che affiderà i fratelli “una volta superata la prova”, ma nella prova, come sappiamo, Pietro non sarà in grado di reggere, anzi, ne uscirà sconfitto.

È richiesta la fede che è capace di superare uno stadio emotivo. Per questo non fa nessuna opera di persuasione, neppure prova a spiegare meglio le cose.

Voi cosa volete fare?

Ecco la questione che nel cammino di ognuno di noi si ripresenta in ogni circostanza. In un frangente in cui è più facile e addirittura plausibile ripiegare, voi cosa volete fare?

Cosa vuoi fare quando, provato dalla stanchezza, non riesci più a pregare;

quando, attraversato dalla delusione, non hai più fiducia nei miei superiori;

quando, visitato dal tradimento, non credi più nell’amicizia;

quando, sorpreso dalla facilità con cui si usano certe parole, non riesci più a dare peso alle cose dette da qualunque parte mi vengano rivolte;

quando, dopo avercela messa tutta, noti che è più facile ripiegare verso proposte a ribasso;

quando non riesci a riconoscere la parola racchiusa nella mia e nella altrui fragilità;

quando ti scandalizza un momento di malattia o ti opprime l’esperienza di un lutto;

quando ti ritrovo a ricadere nelle pastoie di sempre;

quando insegui miraggi che vorrebbero distoglierti dalla fedeltà al qui e ora della tua storia;

quando fatichi a stare a contatto con la carne dei fratelli a te affidati?

Cosa vuoi fare?

Da chi andremo, Signore?

Solo un insensato potrebbe mollarti. Non ho bisogno di altro per credere se non della tua Parola di cui mi fido: sei l’unico a cui posso far ritorno quando le motivazioni che animano il cammino vengono meno.