Oltre la facciata – Sabato XX del T.O.

Alla luce delle parole evangeliche, credo saremmo tentati volentieri di misurare gli altri con la forza che deriva da quelle parole, ma ce lo impedisce Gesù stesso che oggi rivolge a noi, come ai discepoli allora, quel voi incalzante e impegnativo al quale nessuno può sottrarsi. Non ad altri, ma a ciascuno di noi e alla comunità cristiana sono rivolte queste parole: Ma voi… non fatevi chiamare rabbì… Voi siete tutti fratelli… Non chiamate nessuno Padre… uno solo è il Padre vostro… Non fatevi chiamare Maestro, uno solo è il vostro Maestro… Il più grande tra voi sia vostro servo”.

Tenderemmo volentieri a riferire questa requisitoria anticlericale di Gesù ad un potere comunque esercitato da altri: dai politici ai vertici ecclesiastici. Stentiamo a cogliere in essa la critica diretta ad un ben determinato modo di esercitare il potere, ogni potere, compreso quello che noi esercitiamo nei confronti di figli, discepoli, fratelli: il potere di un sano rispetto ad un ammalato, del benestante rispetto a chi è nell’indigenza, di chi gode buoni rapporti familiari rispetto a chi vive il dramma della separazione, di chi vive nella conflittualità di coppia o in tensione con i figli o con i genitori.

Ecco perché dall’imbarazzo iniziale che questa Parola suscita in noi, siamo chiamati a passare all’accoglienza perché essa è per noi motivo di conversione. È una Parola dura ma al contempo è una Parola che ci fa sognare: e ci fa sognare una comunità cristiana come espressione di novità di vita, una comunità cristiana dove vige continuamente quel “tra voi, però, non sia così”.

E per sognare è tuttavia necessario restare a contatto con la realtà così come è stigmatizzata da questa stessa Parola. È una Parola che, prima ancora che invitarci a trovare capi di accusa fuori di noi, ci sollecita a guardarci dentro.

Prima di cercare fuori le cause di una disaffezione dalla vita di fede, abbiamo il dovere di chiederci se siamo stati fedeli a quanto il Vangelo ci chiede. La Parola di Dio passa attraverso la testimonianza vissuta. Non tocca a noi fare solenni professioni di identità cristiana. Il cristiano deve vincere la tentazione di darsi da sé un nome: saranno gli altri a darglielo, illuminati, anche se non capiamo come, dallo Spirito. Accadde ben così ai discepoli ad Antiochia. Ma allora, in questo modo, noi perdiamo la visibilità della comunità? In un certo senso sì, perché l’essere uomini evangelici significa assumere uno stile nascosto, umile, lo stile dell’attesa, della fede pur nelle situazioni difficili. Ci sarà qualcuno che si accorgerà? E cosa importa?

Il Signore rinfaccia l’aver dato vita a una religiosità di facciata, preoccupata delle apparenze e delle tradizioni. Scribi e farisei usano la religione per affermare se stessi; essa dà loro un certo prestigio, un ruolo sociale. Le loro sono sempre parole di conservazione, non già parole di speranza.

“Voi usate parzialità”. Il Signore si scaglia contro ogni orgoglio di casta. Quante discriminazioni, quante complicità coi potenti così radicate da risultare normali.

“Voi siete tutti fratelli”. Il porsi in verità di fronte a Dio ci rimanda ad una condizione di uguaglianza. Gesù ci rivela la sua posizione, ci annuncia da dove guarda la storia, dal basso. Ci rivela la sua passione, il suo desiderio. Ci mette in guardia dai farisei perché fariseo significa separato. Ci parla a cuore aperto perché in noi nasca un’altra logica, si coltivi un altro sogno, non solo quello di non separarci, ma soprattutto quello di non separare, non favorire condizioni che escludano.

“Voi siete tutti fratelli” significa che la relazione padre-figlio è prima ancora una relazione fratello-fratello e il rapporto maestro-discepolo è prima ancora un rapporto tra condiscepoli, dove non è che l’essere padre o maestro venga cancellato per una sorta di cameratismo, ma entrambi vengono ricondotti a un’altra fonte, il Padre, di cui siamo tutti gli uditori prima ancora che amministratori. Un Padre che parla al padre anche attraverso il figlio e un Dio che parla al maestro anche attraverso il discepolo.

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