L’incredulità del credente – XXI del T.O.

CristoChi l’avrebbe detto che una magnifica giornata in cui con cinque pani e due pesci messi a disposizione da un ragazzo erano stati sfamati cinquemila uomini dovesse concludersi così? Se solo Gesù avesse acconsentito quando erano venuti a prenderlo per farlo re…

La lunga pagina di Gv 6 ci ha trattenuti nella sinagoga di Cafarnao dove di domenica in domenica abbiamo assistito a un crescendo di incomprensione tra Gesù e i Giudei. Cafarnao misura il prezzo della sequela. Attraverso il dono di quel pane spezzato e condiviso sulla riva del lago, gli interlocutori di Gesù avrebbero dovuto leggere il segno di un amore che si dona senza riserve mettendo in conto persino l’esperienza dell’estremo fallimento, cui facevano riferimento le metafore della carne e del sangue. Ma nulla: gli uditori non erano riusciti ad andare oltre il piano immediato, visibile e continuavano a cercare un cibo che perisce.

Nella sinagoga di Cafarnao, tuttavia, la crisi raggiunge l’apice perché finisce per coinvolgere gli stessi discepoli: questa parola è dura... Perché? Cosa c’è di tanto strano in quel linguaggio?

Incomprensibili, infatti, non sono le parole usate da Gesù. Inconcepibile, piuttosto, è quanto Gesù va annunciando circa la sua persona e ciò che lo attende. Improponibile è credere sempre alla gratuità dell’amore anche quando sembra una partita persa in partenza: sapeva fin da principio… chi era colui che lo avrebbe tradito. Impossibile continuare a tenere aperto un credito di fiducia quando questo sembra non cambiare nulla. Inammissibile non imboccare la via dell’apparire o della scorciatoia trionfalistica soprattutto quando – come nel caso della folla dopo aver mangiato i pani – si è trovato chi potrebbe essere la soluzione di tutti i problemi. Inaccettabile pensare che sia l’umanità l’unica via di accesso a Dio. Non è necessario uscire da essa se Dio l’ha fatta sua per raggiungerci. Ma come era possibile? Lui stesso dirà: la carne non giova a nulla.

Questo è quanto i giudei e i discepoli vanno mormorando tra sé, indisponibili come sono verso quel modo troppo ordinario di rivelarsi di Dio. Indisponibilità che presto sfocia nel sospetto su Dio e sul suo dono.

Come se non bastasse Gesù rincara la dose quando senza minimamente attenuare lo scandalo – anzi accentuandolo perché emerga la vera radice di quella loro indisponibilità – afferma: questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?

Se hanno trovato difficoltà nel credere che un uomo di carne di cui conoscevano il padre e la madre potesse essere il Dio disceso dal cielo, queste aumenteranno a dismisura di fronte al mistero della morte di Gesù che solo la fede potrà leggere come un fare ritorno al Padre e non già un mero scomparire.

È lo Spirito che dà la vita… è solo il farsi docili allo Spirito – il lasciarsi ammaestrare da Dio – che permette di credere che vale comunque la pena amare e che quella morte che di lì a poco si consumerà, non sarà la smentita delle parole di Gesù ma la rivelazione suprema dell’amore.

Il problema sussiste perché vi sono alcuni tra voi che non credono (v. 64). E non sta parlando di chissà quali interlocutori ma degli stessi discepoli chiamati a scegliere tra l’affannosa ricerca del proprio pane e la fruizione del dono che viene dall’alto, tra l’attenzione alla propria sopravvivenza e le esigenze del regno di Dio. A tema, dunque, l’incredulità del credente, non già l’indifferenza dei lontani.

Lo riconosciamo: ci è più facile scegliere il chiuso della nostra casa dove gustarci il poco pane frutto del nostro sudore, che aprirci allo stile proprio del pane di cui Gesù ci fa dono. Ma – ahimè – a che prezzo! Al prezzo di esistenze appiattite, morte anzitempo. Ci siamo mai accesi nella vita? E per cosa ha vibrato il nostro cuore?

Volete andarvene anche voi? Dopo che i Giudei gli avevano rivolto ben 7 domande – mormorando – è Gesù che pone la questione di fiducia invitando i discepoli di ogni generazione a chiedersi qual è la reale disponibilità nei suoi confronti. Perché resti? Non ovvia è la fede. Tantomeno scontata o semplice frutto di un bagaglio culturale. Il Dio di Gesù non si imporrà mai come necessario: scegliete oggi chi volete servire, dice Giosuè al suo popolo.

La posta in gioco è notevole: lì davanti ai loro occhi la possibilità di avere accesso alla vita vera – eterna – attraverso la carne dell’uomo Gesù. Ma bisogna accettarla. Proprio come ai tempi del deserto. La terra promessa era davanti a loro. Ma bisognava entrarvi. Tuttavia, la paura della diversità (i giganti) aveva avuto la meglio. E così un’intera generazione – Mosè compreso – non vi ebbero accesso. Proprio come ai nostri tempi: una situazione socio-culturale che è quella che è. Da riconoscere, accogliere e attraversare. Il problema è che a noi non sembra all’altezza di tutto il nostro immaginario su Dio e perciò arretriamo piuttosto che osare al buio fidandoci solo di uno che ti dice: prendi… mangia… entra…

Signore, da chi andremo? Tu solo… pur non sapendo che cosa gli riserverà il cammino dietro Gesù, Pietro accetta di esserne coinvolto.

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