Usque ad panem – XX del T.O.

Nel cuore di ognuno di noi c’è un profondo desiderio di vita, di vita piena, di vita vera. Non c’è uomo che non desideri gustare esperienze di bene, ci ha ricordato il Sal 33. Che cos’è la fame se non un modo per esprimere che noi viviamo grazie a degli elementi esterni che ci nutrono?

Il cibo è da sempre condizione perché un uomo si conservi in vita: privarsene è decretare la morte. Noi siamo strutturalmente mancanti di qualcosa che, se non c’è, è messa a rischio la stessa possibilità di sopravvivere. Sin dal primo istante di vita dipendiamo da qualcosa di esterno a noi da portare alla bocca perché la vita sia tale.

Sebbene desiderare la vita vera sia l’elemento più caratteristico di ogni uomo sulla terra, non è scontato indirizzare i propri passi verso ciò che sia in grado di colmare questo anelito. Quante volte, infatti, sebbene la ricerca fosse sincera, abbiamo finito per cercare e trovare qualcosa che non ci ha saziati! Pensiamo alle tante esperienze vissute in campo affettivo: credevamo di aver finalmente trovato la persona giusta e invece si è rivelata un’amara delusione. Quante volte ci siamo avviati in avventure che ci sembravano oltremodo promettenti e abbiamo finito per riportare solo cicatrici difficili da rimarginare! Quante volte ci siamo dati degli obiettivi in ambito di studio o di lavoro, raggiunti i quali, avremmo finalmente potuto dormire sonni tranquilli e, invece, ci siamo ritrovati al punto di partenza! A fronte di tali situazioni abbiamo finito per vivere “giorni cattivi”, per dirla con san Paolo, senza riuscire a far “buon uso del tempo”, anzi, vivendo da “sconsiderati”.

È proprio a questo nostro desiderio che oggi il Signore fa appello mentre ci invita: “Venite, mangiate il mio pane”. È a noi che si rivolge mentre confessiamo una volta di più di essere degli inesperti, degli eterni principianti del difficile mestiere di vivere.

A noi viene ripetuto che non ci basta saziare il ventre: è altro ciò di cui abbiamo bisogno davvero. Abbiamo bisogno di Qualcuno che diventi per noi ragione e sostegno del vivere e del morire, Qualcuno sulla cui amicizia posso contare in ogni istante e sulla cui comunione posso giocare la mia esistenza. Quand’è che i nostri affetti e i nostri legami sono all’altezza delle nostre aspettative se non quando essi sono declinati sulla scia del modo stesso di vivere affetti e legami da parte del Signore? Per meno di questo siamo degli eterni insoddisfatti e non potrebbe essere diversamente. Chi è stato creato a immagine dell’Altissimo non può accontentarsi di scampoli o di briciole. Inquietum cor nostrum, ripeteva desolato sant’Agostino.

“Venite, mangiate il mio pane”.

È lui, la sua persona, il suo amore a offrirsi come cibo sostanzioso. È lui a dirci che la vita vera la si gusta nella misura in cui si è capaci di far dono della propria così come egli stesso ha fatto. È un cibo che aumenta nella misura in cui è condiviso. La vita, infatti, la guadagni perdendola e la trovi offrendola, anzi, sprecandola. I giorni non sono mai cattivi se sono rischiarati da qualcuno che sulla scia del Signore li illumina con il dono del suo esserci, del suo farsi dono.

Nutrirsi di Cristo pane di vita significa lasciarsi assimilare a lui proprio come quando mangiamo. Il cibo, infatti, diventa parte di noi stessi. Tale assimilazione, quando è vera, genera per noi la stessa disponibilità ad assumere i criteri di vita del Figlio di Dio. Immette in noi lo stesso dinamismo dell’amore che si manifesta in quattro modi:

  • usque ad verbum. Non è forse vero che quando vogliamo bene a qualcuno noi abbiamo bisogno di manifestarglielo mediante la parola? Abbiamo bisogno di dire: ti voglio bene, ti amo. Anche Dio che pure aveva già donato all’uomo la vita, aveva messo a sua disposizione l’intero creato, ha sentito il bisogno di parlargli per mezzo dei profeti, prima, e del Figlio, poi. Conosciamo tutti cosa voglia dire togliere la parola a qualcuno: è la morte. “Se tu non mi parli io sono come chi scende nella fossa”, recita il Salmo;
  • usque ad carnem. Quando l’amore è vero, però, non si accontenta di una dichiarazione verbale: esso si fa tangibile, concreto, non tiene mai le distanze, si coinvolge, diventa un tutt’uno con l’amato;
  • usque ad crucem. Tuttavia, neppure il diventare una cosa solo con l’altro è l’apice dell’amore: esso deve arrivare a mettere in conto la pura gratuità, a permanere anche qualora dovesse subire l’umiliazione da parte di colui che ami;
  • usque ad panem. C’è, però, ancora uno stadio dell’amore vero, quando tu diventi pane, ossia nutrimento, cibo, sostegno per la fragilità dell’altro.

La vita, quella vera, la si ottiene quando Colui del quale ci si nutre immette in noi il suo stesso dinamismo di amore: usque ad panem.