Eucarestia esistenziale – XX del T.O.

pane spezzatoAveva offerto un pane grazie  al quale tutti avrebbero avuto modo di saziarsi, visto che ne era avanzato ed era stato raccolto anche per chi non c’era. Avrebbero dovuto capire che nel pane di cui si erano saziati in abbondanza c’era rimando ad altro. Almeno così sperava Gesù. E invece si assiste ancora una volta ad un crescendo di incomprensione e fraintendimento che si consumerà con l’abbandono persino da parte di alcuni discepoli.

Incapaci di leggere il reale così come accade sotto i loro occhi, diventano figura di chi è privo di sapienza: non sono in grado di leggere “il senso che abita le cose e la vita” (Casati). E loro non si riconoscono certo inesperti. Anzi: tutt’altro. Loro sanno: conosciamo…, avevano affermato. Ma non sono in grado di riconoscere che la Sapienza abbia potuto mettere la sua casa tra le case degli uomini e inviti dai crocicchi delle strade.

E così si ritrovano a discutere aspramente fra di loro non solo perché Gesù ha la pretesa di essere il pane vivo disceso dal cielo (pane vivo era la Legge data da Dio a Mosè, norma e fondamento della fede di Israele) ma addirittura di voler dare la sua carne da mangiare per la vita del mondo. Li spaventa la sproporzione: lui, uomo circoscritto, pane per la vita di un popolo. L’umile ordinarietà della sua persona di fronte alle grandi attese della storia: sproporzionato… non può reggere agli occhi dell’umana sapienza di chi tutto misura secondo le leggi ferree del calcolo, dei canoni di potenza e di efficienza.

Passi che Dio possa essersi incarnato ma che venga vita da ciò che per eccellenza ha a che fare con il limite – il corpo, appunto – questo proprio no. Ci si scandalizza di un Dio così che ha la pretesa di soddisfare la nostra fame di senso, di vita mediante un uomo che condivide la mia stessa povertà e la mia caducità. E così fa capolino la pretesa di segni altri che accompagnerà non solo la vicenda di Gesù ma ogni generazione di credenti.

La manna, tutto sommato, aveva ancora del prodigioso perché non era riconducibile a qualcosa di risaputo – tanto è vero che essa restava un punto di domanda: man hu, “che cos’è?” – e perciò poteva essere letta come un segno affidabile di un Dio che si prendeva cura del suo popolo nel deserto. Ma quell’uomo che avevano dinanzi cos’aveva di tanto diverso? Sapevano persino da dove veniva, chi erano i suoi: il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia (Gv 7,27).

Eppure, stando alle parole di Gesù, pare proprio non ci sia alternativa: Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Non basta condividere il suo pensiero: è necessario condividere il suo destino. E qui non possiamo non confessare la nostra insipienza mentre ci illudiamo di essere esperti nel mestiere di vivere. Non abbiamo il codice per comprendere che la vita si guadagna donandola, si ottiene spendendola, si conquista affidandola.

La sfida è radicale: stare nel mondo perseguendo la logica di quelle religioni – sacre o civili, poco importa – che si presentano come unica alternativa, proponendo una fuga da questo mondo verso un paradiso altro o accettando questa storia riconosciuta e assunta come luogo nel quale esprimere un diverso modo di essere e di stare?

Mangiare la carne del Figlio dell’uomo: entrare in sintonia e in comunione con la stessa esistenza del Figlio Gesù fino a diventare una cosa sola con lui. Il mangiare, infatti, dice il fondersi di due realtà che finiscono per diventare una sola. Il senso della vita – vita eterna – è dischiuso già qui, già ora per chi accetta di stare nella vita facendosi pane spezzato per altri.

Bere il sangue: diventare capaci di entrare in un atteggiamento di dono di sé anche a prezzo della vita. La prospettiva non è quella di una morte cruenta ma dell’umile testimonianza di chi mette a disposizione tutto di sé nei confronti di chi ha bisogno di essere amato.

Entrare in comunione con il Signore Gesù significa smettere di rimanere in un uso egocentrico dell’esistenza fino a proiettare la persona fuori di sé. Che cos’hai di tuo che non hai ricevuto? dirà Paolo. La vita: un continuo restituire quanto per grazia ci è stato partecipato.

Stare nella storia come il figlio, tutti accogliendo e custodendo, nessuno ricacciando. Consapevoli che il frammento della mia umana avventura, la cifra della mia umana avventura, può riscattare la fame di tanti.

Sappiamo, tuttavia, come nel corso della storia abbiamo finito per sminuire il senso delle parole di Gesù le quali non si fermano al piano rituale: esse invitano a fare eucaristia nel quotidiano con l’atteggiamento benevolo, il gesto gentile, il sorriso incoraggiante, la mano tesa.

Quando alla vigilia della passione ripeterà: fate questo in memoria di me, il questo non era riferito ad un gesto formale, ma: fate anche voi quello che ho fatto io. Ciascuno doni se stesso per la vita degli altri, come può, seconda la propria misura.

Rito sterile quello che stiamo celebrando se non ha il suo sbocco naturale in una eucaristia esistenziale.

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