Il cielo, patria mia – Assunzione della B. V. Maria

assunzioneLa condizione di ogni uomo sulla terra è quella di un pellegrino che spesso rischia di diventare un viandante senza meta. Non poche volte, infatti, messo com’è alla prova sotto il peso di molte tribolazioni o sedotto dal fascino di realtà che sembrano essere promettenti, accade che l’uomo finisca per smarrire il senso stesso del suo essere stato creato e la terra e il mondo siano letti come una interminabile esperienza di prigionia in cui una volontà dispotica ci ha posti a scontare una ingiusta pena.

Non poche volte, poi, unica compagna certa sembra essere la prospettiva disperante della morte. Paolo ce lo ha ricordato: “l’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” (1Cor 15,26). Avere permanentemente un nemico alle costole è motivo di grande apprensione. Tutto è molto precario ed esposto al rischio, nulla ha stabilità e sicurezza. L’ansia ci rode, l’irrequietudine ci mette in agitazione, avvertiamo forte il bisogno di autodifenderci perché percepiamo tutto e tutti come una minaccia. Quante energie sprecate perché un atteggiamento di chiusura sembra avere la meglio tanto da impedirci di vivere i rapporti nella gratuità e all’insegna dell’amore come dono di sé! La gioia resta solo un pio desiderio e non un’esperienza di cui essere protagonisti. E così altaleniamo tra il fascino del caduco e l’angoscia di ciò che non può mantenere ciò che promette.

Questo è il destino dell’uomo? È a questo che siamo chiamati?

La festa odierna, tuttavia, viene ad annunciarci che Dio stesso si riserva di decidere sul nostro conto un’altra sorte: non già la fragilità e la morte bensì la pienezza della vita chiamata a partecipare dell’eternità stessa di Dio. Questo, però, non evitando la fragilità e la morte ma passando attraverso di esse.

È di questo che ci parla la solennità dell’Assunzione di Maria. Questa prospettiva della meta, tutta da riprendere a frequentare da parte nostra come singoli e come comunità, è motivo di consolazione perché ci libera dai ricatti dell’angoscia.

Dio non altera il corso naturale degli eventi attraverso quello che la psicologia chiama il meccanismo dell’evitamento. Certo, faremmo nostro volentieri un percorso che garantisca l’approdo alla meta bypassando tutto ciò che fa parte del percorso ordinario di ogni uomo. Eppure, anche il Figlio di Dio ha conosciuto il rinnegamento, il tradimento, l’angoscia, la solitudine, il dolore, la morte. Ma Dio lo ha risuscitato diventando primizia di coloro che attraversano la sua stessa esperienza di morte.

La storia di chi crede in Dio non è una storia preservata dall’esperienza del limite ma è una esistenza trasfigurata: pur restando la stessa, nulla, tuttavia, è come prima. Il cuore del credente è un cuore liberato da tutto ciò che intristisce così da porsi in sintonia con il cuore stesso di Dio. Paolo dirà che “noi veniamo trasformati in quella medesima immagine (quella del Signore Gesù), di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18) fino a far sì che persino il nostro corpo diventi un corpo glorioso. Il nostro non è un cammino a tentoni: abbiamo davanti un’immagine sicura – il Signore Gesù – verso cui dobbiamo volgere costantemente lo sguardo. Proprio come ha fatto Maria. Quando questo accade, quelli che noi leggiamo come incidenti di percorso, secondo questo processo di trasformazione che lo Spirito del Signore opera in noi, diventano, invece, non pietre di scarto ma materiale preziosissimo perché possiamo gustare la vita di Dio in pienezza. Il cielo diventa così la meta verso cui affrettare con speranza i nostri passi. Dio tutto raccoglie nel suo otre, persino le nostre lacrime.

Maria, con stupore e riconoscenza, riesce a leggere l’ordito della storia non come un insieme di eventi giustapposti, bensì come il segno di un intervenire incessante di Dio. Pur conoscendo sulla sua pelle tutta l’irrilevanza umana di una semplice ragazza di Nazareth, Maria non si stanca di mettere la sua vita nelle mani di Dio, con piena fiducia. Anche se l’imprevedibile e l’inaspettato sono di casa nel suo quotidiano, sa con certezza che Dio non cessa di scrivere pagine di misericordia proprio attraverso eventi a tutta prima contraddittori. E non è forse così per i tanti nostri fratelli che in questi giorni subiscono persecuzione a motivo di Cristo?

Alla luce della vicenda di Maria, nessuna pagina umana è da leggere come una pagina di maledizione: tutto di noi una pagina della storia di salvezza. Maria ci ricorda che tutto di noi ha un approdo sicuro in Dio: siamo destinati tutt’interi alla gloria e alla bellezza di Dio.

Ci accade sovente di pensare che l’esito finale della nostra vicenda terrena riguardi solo l’anima: questa festa ci annuncia, invece, che anche il nostro corpo – in un modo che solo Dio conosce – sarà partecipe della felicità eterna. A noi non interessa il come, importa, invece, il fatto che questo accada così come il Signore ha promesso.

È col nostro corpo, infatti, che abbiamo manifestato amore e tenerezza.

È col nostro corpo che abbiamo vissuto l’amicizia e l’affetto.

È col nostro corpo che abbiamo lavorato per un diverso modo di intessere i rapporti tra gli uomini.

È col nostro corpo che abbiamo offerto il perdono e abbiamo usato misericordia.

È il nostro corpo che è stato il tramite della gioia e della consolazione.

È col nostro corpo che abbiamo sofferto.

È col nostro corpo che parteciperemo della gloria di Dio.

“Quel che nessuno ha mai visto e udito, quel che nessuno ha mai immaginato, Dio lo ha preparato per coloro che lo amano” (1Cor 2,9).

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