Il difficile esodo – XVII del T.O.

“A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”, così Gv aveva mirabilmente sintetizzato la missione del Figlio di Dio. Passare da schiavi a figli: ecco l’esodo mai terminato che ognuno di noi è chiamato a compiere, un esodo mirabilmente significato in quel passare da una sponda all’altra del mare di Tiberiade.

Quello che noi impropriamente definiamo come episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ha in realtà un retroterra che evoca il difficile cammino che Gesù intende proporre ai suoi e alla folla perché imparino a riconoscere la fedeltà di Dio alla sua promessa. Se può essere sufficientemente facile abbandonare una sponda del lago per raggiungere l’altra in cerca di Gesù, non lo è altrettanto l’abbandono di un sistema di pensiero fatto di osservanze servili e mirate a guadagnarsi il favore di Dio per assumere, invece, lo stile dei figli che somigliano al Padre celeste.

Non era un caso se la folla continuava a cercare Gesù: incontrare lui era veder dischiusa la propria identità più vera, quella di figli, appunto. Essa presagiva che attraverso quell’uomo era di nuovo aperto l’accesso alla pienezza di vita smarrita in Eden. La fame patita era l’esito nefasto di ciò che aveva prodotto l’aver rescisso il rapporto con Dio e il percepire di essere abbandonati a se stessi. Un cammino che si rispetti ha bisogno del giusto sostentamento: un pane vale l’altro?

Gesù si accorge del bisogno reale di quella gente che continua a stare sulle sue tracce e previene la domanda coinvolgendo i discepoli: Filippo e Andrea sono messi alla prova perché capiscano che la soluzione non è nelle loro mani, anzitutto. Filippo, infatti, attinge al senso comune che vede nella logica del denaro l’unica soluzione. Non ha ancora compreso che il pane vero non viene dalla capacità dell’uomo: ci sono cose che non si possono comprare. Proprio perché il senso comune non è sufficiente, Filippo non trova di meglio che riconoscere come non ci sia alcuna soluzione se non il congedo che, in tal caso, equivale ad ammettere: questo cammino non si può compiere. Per quanto agognata, la libertà è troppo costosa.

Quello che Filippo confessa è vero: quello verso la libertà non è un cammino che si può compiere attingendo alle sole nostre forze. Il rischio, infatti, è di non reggere la fatica e la stanchezza. Meglio rinunciare. La proposta di Filippo è di tipo individualista: egli fatica a diventare partecipe dello sguardo del Signore, fatica a prendersi cura.

Andrea, dal canto suo, abbozza una timida via d’uscita nella capacità di farsi carico, ossia una solidarietà di partecipazione che, tuttavia, gli pare insufficiente. C’è ben poco a disposizione: per lui, però, il poco corrisponde al nulla. Andrea non ha ancora compreso che, talvolta, un pezzo di strada può essere compiuto grazie all’aiuto di qualcuno che mette a disposizione se stesso.

La soluzione non è nel dare qualcosa ma nel dare se stessi. Mc, infatti, porrà sulle labbra di Gesù proprio l’invito a dare se stessi da mangiare.

Gesù chiede ai discepoli di stare in quella situazione cogliendone tutta la provocazione per il loro ministero e di non pretendere soluzioni a metà. Non occorre andare a comprare: il pane va donato, non comprato. Per questo, una volta che un piccolo ha rotto il gioco perverso dell’accaparramento, Gesù chiede che quella folla anonima si segga (letteralmente, si accomodi, in segno di rispetto), ossia recuperi la sua dignità. Il sedere a mensa, infatti, è segno dell’essere ritenuti degno di un invito, quello di Dio. Quando saranno accomodati si scoprirà che non si trattava di una folla anonima ma di cinquemila persone che vengono identificate come uomini (in gr. uomini liberi, adulti).

Mangiare sdraiati era l’atteggiamento degli uomini liberi: proprio la cena pasquale mangiata nella terra promessa da sdraiati, e non più in piedi con i fianchi cinti e il bastone in mano, indicava il passaggio dalla schiavitù alla libertà.

Non casuale il luogo in cui c’era molta erba. Si compie, infatti, ciò che il Sal 22 confessa: “in pascoli erbosi il Signore mi fa riposare”.

A questo punto Gesù rende grazie perché ciò che si è e ciò che si ha è dono dell’amore fedele ed inesauribile del Padre. Ciò che è dono non può essere trattenuto ma va condiviso. Proprio la condivisione fa sì che il dono si moltiplichi: il miracolo, infatti, non è che il pane si moltiplichi ma che lo si condivida e, perciò, non lo si trattenga solo per sé.

Ma la folla non riesce a leggere il segno: si ferma allo straordinario. Mossa com’è da attese mondane non trova di meglio che proclamare re Gesù. È lungo e faticoso il cammino della liberazione. Ben a ragione Dostojewski ne I Fratelli Karamazof afferma che se la gente dovesse scegliere fra star bene ed essere libera, sceglierebbe di star bene.

Cosa scelgo: lo star bene di un momento grazie alla soddisfazione dei miei bisogni con le risorse di cui dispongo o la fatica dell’esodo che mi porta a riconoscere che tutto è grazia e tutto diventa segno di Dio il quale, anche attraverso di me, vuol saziare la fame di ogni vivente?

Annunci