Giocare con le cose più serie – XVII domenica del T.O.

Pani-e-pesci

Li aveva incantati. Inutile dirlo. Da tempo si erano messi sulle sue tracce perché avevano riconosciuto nelle sue parole non soltanto un tono diverso (“parlava come uno che ha autorità e non come gli scribi”) ma addirittura un linguaggio diverso (“mai nessuno ha parlato come parla quest’uomo”). Erano talmente presi da Gesù e dalle sue parole che facevano chilometri a piedi, precedendolo addirittura. Quando c’è qualcosa che ti ha preso il cuore non t’accorgi neppure del tempo che passa: pur essendo già sera, c’era altro cui prestare attenzione. È vero: ci sono persone che ascolteresti per ore senza mai stancarti. Così dovette essere quella sera. Più che parole, quelle di Gesù erano abbracci che ti facevano sentire a casa, a tuo agio.

Gesù, però, s’accorge del tempo che passa e, rivolto a Filippo, concedendo un attimo di pausa, gli chiede di provvedere perché quella gente possa avere qualcosa da mettere sotto i denti. Povero Filippo! Si trova smarrito. Come lo capisco! E come si fa a provvedere a cinquemila uomini senza contare donne e bambini? La cosa più ovvia sarebbe stata quella di congedare tutti perché ognuno potesse provvedere da sé. Anche se non lo dice esplicitamente, Filippo suggerirebbe: ognuno s’arrangi da sé. Come dar torto a Filippo?

Interviene Andrea: “C’è qui un ragazzo…”. Cosa deve aver pensato il ragazzo in quel momento? S’era portato i panini da casa proprio come quando facciamo qualche uscita fuori porta e ora se li vede portar via. Eppure, proprio lui con i suoi cinque pani e due pesci, sarà ciò di cui il Signore avrà bisogno per operare il miracolo della condivisione. Già: perché più dividono, più il pane e il pesce aumentano. E non è mica solo un boccone per mettere a tacere lo stomaco per un attimo. Ce n’è a volontà per tutti tanto che ne avanza pure.

Il vero miracolo è il gesto del non tenere per sé ma accettare di condividere, il mettere a disposizione di tutti il poco di cui si dispone. Per questo è improprio parlare di moltiplicazione: per la fede, le risorse si moltiplicano nella misura in cui non vengono trattenute.

Ma cos’era successo? Qualche evangelista riporta ciò di cui Gesù aveva parlato. Aveva detto loro: «Date un’occhiata ai bellissimi fiori che ravvivano i prati qui attorno. Sono vestiti in un modo splendido. Chissà cosa darebbero re e regine per andare in giro agghindati in questo modo. Eppure non ci riescono: non ci sono sarti capaci di progettare qualcosa di simile. I fiori li veste Dio, con un gesto d’amore gratuito. Pensate a quanto si preoccuperà di ciascuno di noi, se ha tanta cura di cose che domani saranno bruciate dal sole e spariranno nel nulla».

Poi aveva aggiunto:

«Guardate gli uccelli nel cielo. Nessuno muore di fame, anche se per loro non ci sono né granai né organizzazioni di soccorso. Ci pensa Dio a regalare a ciascuno ciò di cui hanno bisogno. Se si preoccupa tanto di qualche passerotto… quale amore nutrirà verso ciascuno di noi?».

Non ci avevano mai pensato, ma era proprio così.

Ma se così stanno le cose, perché Dio non aveva provveduto anche alla fame di quella gente? D’altronde, non recita forse così qualche preghiera all’inizio dei pasti: “Signore benedici noi e il cibo che stiamo per prendere e danne a chi non ne ha”?

È vero che ci pensa Dio a nutrire gli uccelli del cielo e a vestire i gigli del campo, ma per nutrire di pane e di speranza un uomo, ha bisogno della mia collaborazione. È possibile crescere nella vita solo se qualcuno rinuncia a quello che possiede e ne fa dono con amore. Era accaduto così quella sera grazie ad un ragazzo. Accade così tutte le volte in cui la vita misura la sproporzione tra bisogno e risorse umane. Non è forse così nelle nostre relazioni? Quando la vita la trattieni, l’hai bell’e persa tu e chi ti sta intorno. Sì, certo, magari abbiamo anche chiesto la grazia al Signore di far volgere al bene un certo snodo, ma se tu non ti sbilanci e ti metti in gioco diversamente, difficilmente accadrà qualcosa.

Se vuoi davvero possedere ogni cosa, fanne dono: ne riceverai cento volte tanto. Lo ha detto lui e, in genere, è fedele a ciò che promette.

Certo, un simile modo di vedere le cose richiede una vera e propria destabilizzazione che passa dalla sicurezza all’affidamento. Ma non è forse questa la vita cristiana: imparare a stare come un bimbo svezzato in braccio a sua madre? Che cos’è che Gesù ci ha chiesto di fare nostro dei bambini se non l’affidamento? Dell’adulto abbiamo bisogno di non smarrire la libertà e la responsabilità, del bambino, invece, abbiamo bisogno di recuperare la capacità di rischiare e la fiducia incondizionata in qualcuno di cui sai di poterti fidare. Del bambino, abbiamo bisogno di fare nostre la disponibilità a condividere e la capacità di giocare anche con le cose più serie.

Tra l’adulto Filippo e il ragazzo dei pani: ecco la posta in gioco. Ogni giorno.

Quel ragazzo rappresenta l’atteggiamento di chi manda all’aria la convinzione che la soluzione dei problemi vada cercata altrove perché di certo non è nelle nostre mani. Quanta lungimiranza in quell’accettare di disfarsi del poco di cui disponeva, senza pretendere di soddisfare esclusivamente la sua fame! Quel piccolo non condivide il superfluo: mette in gioco il necessario! Quel ragazzo fa comprendere che non è soltanto il denaro la risposta giusta alle situazioni: c’è qualcosa di previo da condividere, noi stessi. Finché non accade questo, le soluzioni saranno sempre e solo eventi sporadici, anche puntuali, ma incapaci di mettere radici e di avviare un nuovo corso degli eventi. La soluzione ha inizio là dove qualcuno accetta di perdere fidandosi del fatto che il Signore ama chi dona con gioia.

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