L’etica dello sguardo – XVI del T.O.

Li aveva inviati con passo spedito e bagaglio leggero perché ogni uomo facesse esperienza della delicata premura di Dio verso di lui. Al loro rientro, mentre si abbandonano al resoconto entusiasta della prima avventura missionaria, tutto avrebbe lasciato presagire un rilancio dell’iniziativa vissuta, stavolta però, in modo più capillare e puntuale: se addirittura i demoni si sottomettevano a loro perché indugiare? E poi “era tanta la folla che andava e veniva”.

Gesù, invece, la pensa diversamente. Egli coglie nelle parole dei dodici da una parte l’esigenza di ritemprarsi, dall’altra, quella di non esaltarsi eccessivamente per i risultati conseguiti. Hanno bisogno di stare con lui, proprio come quando li aveva chiamati, hanno bisogno di ritrovare motivazioni ed energie e questo sarà possibile solo nell’intimità con il Signore. Hanno bisogno di ri-posare il cuore non sui risultati conseguiti ma sull’affetto originario di Gesù. Hanno bisogno di non perdere di vista che la loro identità più vera è quella di essere discepoli, bisognosi, cioè, di apprendere ancora, di apprendere sempre. È sempre dietro l’angolo il rischio di una militanza senza discepolato che finisce per scadere in fanatismi o sterili personalismi.

I messaggeri del regno di Dio “non sono manager onnipotenti, non funzionari inamovibili, non divi in tournée”, ci ricordava il papa all’Angelus di domenica scorsa.

La salute spirituale dell’inviato è, infatti, a rischio quando smette di restare in ascolto della Parola che egli annuncia, quando smette di avere come centro di riferimento la persona di Gesù. L’autorevolezza dell’annuncio non passa attraverso la bravura dei metodi da apostoli ma mediante la disponibilità a lasciarsi modellare dalle mani sapienti del Maestro.

L’intenzione di Gesù, però, è presto ostacolata dalla folla che avendo presagito il suo allontanarsi, gioca d’anticipo perché non può permettersi di lasciarsi scappare quell’uomo che era capace di parlare come nessuno mai. Quell’uomo, non solo aveva un’autorità senza eguali, ma riusciva addirittura a leggere il cuore, a far uscire dall’anonimato, a ridestare dignità e bellezza in chiunque. Infatti, appena sceso dalla barca, nessun segno di disturbo: il suo sguardo non registra soltanto il fatto che la folla si è spostata insieme a lui, ma ne coglie l’istanza più vera, la situazione reale. Lo sguardo di Gesù anima la sua compassione, quella che nasce dal percepire che quelle persone avevano imboccato strade senza meta e senza guida, uomini e donne in cerca di qualcosa e, tuttavia, non più cercate da nessuno: senza pastore, appunto.

Quanto abbiamo bisogno di apprendere l’etica dello sguardo! Lo sguardo di Gesù non misura solo ciò che accade sotto gli occhi ma riesce ad andare oltre tanto da intuire il bisogno più profondo, quello che neppure è stato espresso. Lo aveva fatto con i dodici, dietro le parole dei quali aveva colto l’esigenza di rinfrancarsi, lo fa con la folla, dietro i passi della quale coglie la necessità di smettere di vagare. È uno sguardo capace di ospitare ciò che non appare in superficie immediatamente, perché è uno sguardo che accetta la fatica di lasciarsi interpellare e chiamare in causa.

E il riposo tanto atteso? Gli apostoli dovranno apprendere che il riposo non è anzitutto abbandonarsi all’ozio ma stare con il Signore. Il deserto da guadagnare continuamente non è anzitutto uno spazio geografico ma la libertà interiore che ti permette di partecipare degli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù.