Lo stare e l’andare – XV del T.O.

Chissà con quanta trepidazione i Dodici avranno accolto l’invito di farsi annunciatori del Vangelo del regno! Un compito che nessuno può darsi da sé. Ben a ragione papa Benedetto, commentando la chiamata degli Apostoli, ebbe a dire: “Non chiamò quelli che lo desideravano ma quelli che egli volle”.

Un giorno, appunto, dopo una lunga notte di preghiera, Gesù li aveva scelti, li aveva chiamati strappandoli alle loro occupazioni perché “stessero con lui”. In quella frequentazione assidua avevano accettato di nutrirsi della sua presenza e di lasciarsi plasmare pensieri e desideri dalla sua Parola, avevano accettato di lasciarsi cambiare mente e cuore. L’esercizio della cura di qualcuno può essere espletato solo quando si è  permesso al Signore di prendersi cura di se stessi e delle proprie ferite. La vita cristiana matura anzitutto nello stare con il Signore per conoscere chi egli è davvero, il Figlio del Padre e ciò che ha di più caro, rendere ogni uomo partecipe della sua stessa comunione d’amore con il Padre. Quando si bypassa questo momento, si corre il rischio di fermarsi a una conoscenza di Gesù come quella dei suoi compaesani che avevano finito per rifiutarlo leggendolo secondo categorie superficiali.

I Dodici hanno consentito al Signore di entrare nella loro esistenza ed essi nella sua. Ora è bene che vadano. Ma come? In obbedienza a un mandato specifico, non da soli ma a due a due. Il vangelo passa sempre sulla lunghezza d’onda di una relazione in cui l’altro è riconosciuto e accolto, stimato e custodito, sostenuto e valorizzato: se la fede è un patrimonio condiviso, il credente non può essere mai un battitore solitario.

La vita nuova che il Signore dona non è un’esperienza di benessere interiore ma di guarigione dei rapporti: essa esiste solo là dove si vive la comunione. Ad annunciare la vicinanza di Dio, perciò, la relazione, non già un proclama, non parole per quanto ispirate e sagge. La relazione, forma prima dell’evangelizzazione. Non sarà proprio questo il segno distintivo dei primi cristiani se i pagani, vedendoli, esclameranno: “Vedi come si amano”? Gesù stesso, nel discorso dell’Ultima Cena, individuerà nell’amore vicendevole il segno dell’appartenenza a lui: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore tra voi” (Gv 13,35).

Agli inviati Gesù consegna il suo stesso potere, quello di promuovere la vita, di debellare ciò che offusca la dignità dell’uomo. L’annunciatore del vangelo deve aiutare i fratelli a liberarsi dello spirito della cattiveria, della violenza, di tutto ciò che crea dissociazione e devianza, ma potrà farlo solo se egli per primo si sarà lasciato guarire.

Come Gesù aveva detto di sé: “Chi vede me vede il Padre che mi ha mandato”, così il discepolo. I suoi modi e il suo linguaggio segno e trasparenza della presenza stessa del Signore. Nessun discepolo porta se stesso, porta, invece, la relazione che lo fa vivere. Porta se stesso chi parte senza prima aver accettato la fatica dello stare.

Nell’andare, nessuna ricercatezza, nessun fardello inutile ma solo l’essenzialità di un bastone e di una calzatura comoda per il cammino: il bastone a perenne memoria di ciò che fece Mosè stesso nel dividere le acque e nel far scaturire l’acqua dalla roccia, i sandali a ricordare, invece, che l’inviato è un pellegrino, sempre in cammino verso nuove destinazioni. L’unica tunica necessaria è essere rivestiti di Gesù Cristo, una veste che non potrà conoscere il logorio dell’uso.

La forza dell’annuncio non risiede nel dispiegamento dei mezzi ma nella verità della relazione con il Signore. Proprio lo stare in una situazione di incertezza è ciò che permetterà ad essi per primi di sperimentare la Provvidenza che annunciano.

Infatti, non dovranno portare del pane perché l’unico pane necessario è Cristo Signore. Il pane materiale non mancherà, anzi sarà abbondante come di lì a poco avranno modo di sperimentare e lo sarà per tutti. Il non portare mezzi di sussistenza è il segno che la vita non ce la si garantisce da soli: essa la si riceve in dono dal Signore come pure da coloro ai quali si porta il vangelo.

E se dovesse accadere di non essere accolti, scuotere la polvere dai piedi significherà non custodire nessuna memoria del rifiuto opposto.