Il compito e lo stile – XV domenica del T.O.

Viene per tutti il momento del rendere manifesto ciò che abbiamo conosciuto del Signore. Per ciascuno in un modo tutto personale: a volte la testimonianza esplicita (pensiamo ai nostri fratelli che subiscono persecuzioni), a volte quella più silenziosa legata ad un particolare momento della propria esistenza, a volte quella più discreta del farci carico della situazione di qualcuno che ha bisogno di essere sostenuto.

Dio ha fiducia nell’uomo, nonostante gli innumerevoli rifiuti pure patiti sulla sua pelle. Per questo non teme di affidarsi alle nostre fragili mani, consapevole che il tesoro del suo amore sarà sempre custodito da un vaso di creta sempre a rischio di infrangersi. I discepoli non saranno mai dei pionieri, non avranno mai la stoffa dell’eroe o del super-uomo: si tratterà sempre di uomini e donne non garantiti dalla personale esperienza di contraddizione. La loro forza, nondimeno, risiede tutta nella disponibilità a lasciarsi plasmare nuovamente dai gesti di compassione e di tenerezza del Signore.

Certo, un giorno gli apostoli erano stati chiamati perché stessero con lui, condividessero la sua vita, si lasciassero plasmare dalla sua parola, si lasciassero toccare dai gesti di liberazione e di misericordia che il Maestro aveva compiuto su tante situazioni di infermità e di schiavitù. Il rischio, però, poteva essere quello di una sorta di narcisismo spirituale, della serie: perché non continuare a gustare la bellezza del condividere una simile esperienza di grazia, quasi fermando il tempo? Legittimo, d’altronde, come dar torto ad una simile aspettativa? E, invece, no. Il Maestro chiede ai suoi di allora e di ogni generazione di credenti, di essere prolungamento dei suoi stessi gesti, gesti che attestano l’attenzione e la cura per tutto ciò che vacilla ed è a rischio. Conferisce a loro, a noi il suo stesso potere che però è accompagnato da una assoluta povertà di mezzi concreti. A permettere che il vangelo raggiunga ogni uomo non è il dispiegamento degli strumenti ma la vita dell’annunciatore.

Gli apostoli accolgono la sfida e cosa fanno? Ci saremmo aspettati che per compiere una missione così straordinaria – essere prolungamento dell’opera stessa di Dio – fosse necessario il dispiegamento di mezzi eccezionali. Niente di tutto questo.

Vanno a due a due, proprio come aveva loro chiesto il Signore. Perché non da soli? Perché la relazione e la comunione che ne deriva è la prima forma di annuncio e di testimonianza. Vedi come si amano, ripetevano i pagani dei primi cristiani. L’andare non consiste in un fare per gli altri ma in una relazione aperta all’accoglienza di chiunque si incrocia sul cammino.

La relazione con l’altro è già in se stessa un atto di salvezza perché capace di trasformare la vita.

Nel loro andare, poi gli apostoli chiedono anzitutto la conversione: nulla può cambiare nella vita di un uomo se prima non mutano sguardi e pensieri. E, infatti, quel loro farsi accanto ad esistenze che hanno imboccato strade senza ritorno, diventa l’occasione perché, ancor prima che mutare atteggiamento, la gente si lasci cambiare il cuore e la mente. Conosciamo tutti il potere che esprime il farsi accanto di qualcuno a noi.

La loro vicinanza diventava occasione perché i loro interlocutori prendessero coscienza di tutto ciò che li divideva e li alienava impedendo di perseguire progetti di bene. Tante le forze distruttrici che minano l’integrità della persona e della società, ma queste non possono essere vinte se non da mani nude la cui forza viene solo dalla fede in colui che li ha inviati.

Il loro andare era l’occasione perché chi sperimentava il limite della fragilità e della debolezza, potesse trovare nuovi punti di forza.

Tutto questo era possibile ad una condizione: affidarsi unicamente a ciò che il Signore aveva loro insegnato e al potere che aveva loro trasmesso. Fuori di questo nessun’altra sicurezza, non altro il bagaglio su cui far leva qualora si fossero trovati in difficoltà. Neppure la possibilità di disporre di ciò che per noi è l’antidoto nei momenti d’impaccio, il denaro. Alla leggerezza dell’equipaggiamento corrispondeva una grande passione nel cuore: quanto annunciavano, infatti, era sostenuto da ciò che essi per primi avevano avuto modo di toccare con mano.

Insita nell’andare anche la possibilità del rifiuto e della non accoglienza. Nessun inganno da parte del Signore: non ha mai promesso un’accoglienza trionfale né un successo scontato. E, tuttavia, proprio chi rifiuta è colui che più va amato.

La vittoria più grande in una esistenza non è aver ragione su qualcuno ma non smettere di amare con la stessa misura di cui è stato capace il Signore Gesù. Contro chi dovesse rifiutare, non invettive né minacce, solo un po’ di polvere, a testimonianza del cammino fatto per raggiungere chi, invece, ha deciso di non aprirsi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.