La non disponibilità della presunzione – XIV del T.O.

C’era di che essere fieri: dalla bocca del figlio di Maria e di Giuseppe uscivano “parole di grazia”, quell’uomo aveva dei poteri straordinari. La sua fama lo precedeva: aveva appena ridestato alla vita una ragazza di dodici anni e aveva ridato dignità ad una donna affetta da emorragia da altrettanti anni. Era una vera e propria gloria paesana a cui poter far ricorso alla bisogna. Tanti lo avevano visto bambino, molti saranno stati suoi compagni di gioco o di bottega. Di certo non lasciava indifferenti se Mc annota che “tutti erano stupiti”: erano d’obbligo le domande circa l’origine di quella sapienza inattesa. A ragione Nicodemo dovrà riconoscere: “Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui” (Gv 3,2).

A differenza di Nicodemo, però, i nazaretani riconoscevano qualcosa di non comune in Gesù e, tuttavia, non potevano non misurarlo raso terra: infatti, dopo essere partiti da un “altrove” sconosciuto (“da dove?”, si domandano) avevano finito per ridurre tutto all’angusta misura del lavoro da falegname e a quella del suo parentado. La visuale era stata annullata: una persona straordinaria capace di operare prodigi diventava motivo di scandalo. L’opinione pubblica si nutre non poche volte dell’emozione pubblica quella che misura la verità delle cose non a partire dai fatti ma da ciò che si sente circa quei fatti. Meglio un Dio a misura delle proprie fantasie e delle proprie aspettative che non quello che hai davanti a te e che veste in modo tanto dimesso.

Accade anche a noi quando la familiarità dei rapporti finisce per farci leggere l’altro come ovvio. La frequentazione più assidua diventa un vero e proprio limite alla comprensione dell’altro, altalenando tra indifferenza, diffidenza e repulsione. L’indisponibilità alla fede in Gesù traduce tutt’altra indisponibilità, quella al cambiamento. Difficile, talvolta addirittura impossibile, vedere le cose come sono: molto più semplice vederle come siamo.

E, infatti, all’improvviso, lo stupore iniziale si trasforma addirittura in scandalo. Perché mai? Cos’era andato storto?

Le domande che buttano addosso a Gesù – che di per sé dovrebbero significare disponibilità a capire, a conoscere, a lasciarsi mettere in discussione – finiscono per renderlo insignificante dal momento che hanno deciso a priori di non lasciarsi interpellare affatto né dai suoi segni né dalle sue parole. Di fatto la partita è chiusa a priori: non si attendono alcuna spiegazione. La sua presenza in mezzo a loro diventa addirittura scomoda proprio come qualcosa che è di intralcio e di cui bisogna liberarsi in tutta fretta. Aveva chiesto loro di scendere ad un nuovo livello di profondità senza fermarsi alla superficie, ma ciò risultava troppo faticoso. Per questo preferiscono leggere la sua persona secondo lo stato civile e sociale riducendo tutto al mero piano di ciò che cade sotto i loro occhi: si fermano al piano della percezione. E così la presunzione di sapere finisce per diventare un ostacolo insormontabile.

Come se non bastasse Gesù rincara la dose: l’amore non è amato proprio là dove, invece, dovrebbe essere di casa. Anche Dio conosce la frustrazione delle proprie aspettative proprio come noi quando, dopo aver investito in un rapporto, ti aspetteresti quanto meno di essere capito e, per tutta risposta, non solo non sei compreso ma finisci per essere addirittura osteggiato, ostacolato.

E così, persino Dio non riesce a credere! A cosa? Al mistero della nostra chiusura: “e si meravigliava della loro incredulità”. Dio non si stupisce della fragilità, non si stupisce del peccato: gli sembra incredibile, invece, che non gli crediamo. Non se ne fa una ragione, non si capacita: quella indisponibilità, infatti, avrà come prezzo altissimo la morte stessa di colui che ora cacciano fuori. Di fronte all’incredulità Dio fa un passo indietro tanto da non poter fare più nulla.

Anche Gesù ha bisogno di trovare un antidoto a quella che è stata una vera e propria esperienza di sofferenza e di rifiuto. Per questo, come raccogliendo tutte le sue energie, si rivolge altrove: il dolore registrato non fa di lui un risentito ma, anzi, diventa sprone per nuove ripartenze.

Annunci