La rabbia e la fede – Esequie Anna Chiappetta – Maratea 5 luglio 2018

Saluto e ringrazio don Donato e don Biagio per aver voluto che fossi io a presiedere questa celebrazione in suffragio di Anna.

Nell’arco di novi mesi un terzo appuntamento luttuoso: prima la scomparsa di Rosa, poi quella della mamma di Bruno, ora  quella di Anna, Alla fine, infatti, ha dovuto arrendersi, lei che era la vitalità in persona, una che sprizzava voglia di vivere da tutti i pori. Dopo aver lottato strenuamente contro il male che la debilitava da mesi, Anna si è consegnata al Signore. La sua, una di quelle malattie che non ti lasciano neppure il tempo di renderti conto di cosa stia accadendo e già la tua esistenza viene drammaticamente segnata da una sentenza inesorabile facendoti misurare con mano – una volta di più – che davvero la vita dell’uomo è come un soffio.

Abbiamo pregato perché il Signore le concedesse ancora di poter restare a lungo in mezzo ai suoi. Il Signore, però, ha disposto diversamente per lei e per voi suoi cari.

Chi era Anna? Anna era il suo sorriso. Il suo sorriso parlava per lei in ogni circostanza, anche ora che era segnata dalla sofferenza. Il suo sorriso era lo specchio del suo cuore buono, disponibile, affabile, quasi il suo segno caratteristico. Una donna capace di gioire della compagnia senza mai scadere in frivolezze, sempre molto essenziale perché vera, intelligente, dotata di una capacità insolita, quella di saper leggere le situazioni non fermandosi alla superficie. Una donna laboriosa che volentieri si rimboccava le maniche mettendosi in gioco.

Quando viene a mancare una persona giovane, si tratta sempre e comunque di un qualcosa che toglie il respiro e lascia senza parole. La convinzione comune è che una persona non possa e non debba morire a poco più di cinquant’anni. La morte di una persona cara è difficile da accettare ad ogni età. Ognuno, quando se ne va, lascia, per quanto piccolo, un vuoto: nel luogo dove vive, fra gli affetti più vicini, i parenti, gli amici e i conoscenti. La fine di una esistenza nel fiore dei suoi anni, mette in crisi chiunque: credente e non credente.

Dopo la telefonata di Rocco che mi comunicava di Anna, ho iniziato a pensare a questa celebrazione. Con la mente ho cercato qualcosa che potesse rileggere questo vostro momento. E così ho pensato al brano dei discepoli di Emmaus che abbiamo appena ascoltato e che comincia con una indicazione di tempo altamente evocativa:

La sera di quello stesso giorno…

Sembra scritta per noi quella pagina di Lc tra le più belle del vangelo. Come se presagissimo che l’avventura di quei due di Emmaus trascenda la loro vicenda perché disegna l’avventura di ogni uomo.

Sembra scritta per noi che ce ne andiamo proprio come i due di Emmaus delusi per il crollo di non pochi sogni e speranze cui avevamo affidato mente e cuore.

Sembra scritta per noi che ci ritroviamo per strade che a mano a mano che procediamo, sembrano infittirsi del buio delle nostre disillusioni.

Sembra scritta per noi che proviamo a sfidare il buio facendo discorsi che altro non fanno se non battere l’aria.

È sempre sera nella nostra giornata allorquando viene a mancare una persona cara alla quale anni e affetti ci hanno legato in maniera indelebile. La sera è il tempo che più richiama il senso di vuoto e di angoscia provocato in noi dalla consapevolezza che non rivedremo più certi volti, non assaporeremo più la bellezza di un sorriso o la delicatezza di uno sguardo o di un gesto. Non a caso la sera è il tempo dei ricordi della nostalgia, il tempo in cui, se ci fosse dato, riporteremmo indietro volentieri le lancette del nostro orologio biologico.

Ma c’è sera e sera. La nostra sera, quella di noi credenti, è sempre una sera rischiarata anzitutto dalla memoria grata per quanto possiamo aver condiviso con chi ci ha lasciato: ma soprattutto è rischiarata da un Gesù che non teme di farsi nostro compagno di viaggio proprio mentre tanti eventi, tanti ricordi riaffiorano e ci ritroviamo incapaci di restituire loro la plausibilità di un senso. Guai a lasciare la sera del nostro cuore senza una parola che viene dal Solo che ha qualcosa da dirci.

Dà speranza sapere che Gesù osi camminare con te mentre registri la notte nel cuore. Quel Gesù osa accostarti proprio lungo la strada che tu stai percorrendo, quale che sia.

Un mettersi al passo fatto di discrezione e di un linguaggio che tu sei in grado di intendere anzitutto perché non è né accademico né retorico e poi perché si sente riconosciuto e accolto proprio mentre prova a dar voce alla sua rabbia e alla sua disillusione e tristezza. Tutto comincia da un farsi compagno di cammino e da una domanda che dice interesse nei tuoi confronti: non è lui a dettare il passo e non è lui a dettare l’argomento. Passo e argomento sono i tuoi.

A salvarci non è lo scontro frontale ma il camminare accanto; non un fiume di parole o di affermazioni dottrinali ma la disponibilità ad ascoltare domande e problemi; non la saccenteria né la prepotenza ma il farsi discepoli umili del Vangelo; non il pensare che gli altri siano comunque aggressivi perché arrabbiati ma il riconoscere che sono soltanto delusi e spaesati.

A salvarci non è qualcosa di imposto dall’alto ma il dialogo, la relazione, il parlare cuore a cuore.

Lc non attesta che i due abbiano creduto alla risurrezione perché finalmente convinti attraverso un discorso. Crederanno solo attraverso il gesto della convivialità e dell’amore. Sempre così. Solo allora, solo dopo aver ascoltato il Signore, l’uomo può dire l’unica parola sensata: ‘resta con noi’.

Trattengono Gesù ‘perché si fa sera’: vogliono continuare l’incontro, approfondire l’amicizia, il dialogo. Mangiano assieme, e lì partecipano al mistero dell’amore e rileggono con la forza dello Spirito, in un attimo, tutto quel che hanno visto e udito. Allora si aprono gli occhi… e non vedono più il misterioso compagno di viaggio. Hanno scoperto il primato dell’amore, non gli occorre altro. Gli occhi si aprono quando il cuore si scalda.

Certo, si sentirà la sua mancanza fisica ma Anna non lascia un vuoto. Non è passato invano nella vita dei suoi cari come dei suoi amici. Ecco perché non lascia il vuoto ma segni del suo passaggio, diversi, unici per ciascuno di noi e che ciascuno è chiamato a riportare alla memoria e a custodire gelosamente. Oggi non vogliamo vivere questo momento come a misurare un vuoto ma a riconoscere tracce. È Anna stessa a invitarci a farlo e ci dice: metti a dimora nel tuo cuore il seme dell’affetto e dell’amicizia che mi ha legato a te.

Nulla va perduto della nostra vita:

nessun frammento di bontà e bellezza,

nessun sacrificio per quanto nascosto ed ignorato,

nessuna lacrima e nessuna amicizia.

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