A scuola di misericordia – Venerdì XIII del T.O.

matteo5A scuola di misericordia…

È qui, infatti, che ci porta il vangelo. Non una scuola dell’obbligo ma una scuola – l’unica scuola cattolica, evangelicamente riconosciuta – alla quale bisogna scegliere di mettersi, – infatti ce ne sono molte altre, anche in ambito religioso, purtroppo – una scuola che bisogna scegliere di frequentare: andate a imparare… Una scuola verso la quale occorre addirittura affrettarsi: affrettiamoci a conoscere il Signore. E Dio solo sa quanto è necessario non sbagliarsi su Dio, come abbiamo avuto già modo di ricordare più volte. Ben a ragione Osea ci chiede di far cadere quelle maschere che troppe volte hanno finito per offuscare il vero volto di Dio e che nonostante duemila anni di cristianesimo noi continuiamo ad apporre sul suo volto.

Se ci affrettiamo a conoscere Dio scopriamo che il suo dito non cessa di essere puntato – e non in atteggiamento di giudizio – verso persone che come Matteo portano nel cuore una segreta nostalgia di un mondo altro. Quante ce ne sono di queste persone che, tuttavia, non conoscono l’attenzione della cronaca religiosa presa com’è da molte altre cose.

Alla scuola della misericordia si impara un’arte che è propria di Dio – io sono Dio, non uomo – quella di un vedere che diventa accorgersi e di un accorgersi che si traduce in un farsi carico, in un avere a cuore (i care, amava ripetere don Milani, in un’epoca in cui ci si vantava di potersene fregare).

A questa scuola poi scopriamo che sono bandite quelle liste che tanto sono alla base della nostra convivenza sociale: bianchi o neri, cattolici o no, poveri o ricchi, bravi o cattivi. Il più delle volte l’appartenenza ad una lista è previa al nostro stesso venire al mondo: come se non fosse dato non farne parte. E a suon di collocare tutto in una lista persino Dio e quello che nella sua fantasia va operando deve quanto prima rientrare in un gruppo, in una lista, altrimenti quelle cose non vengono da lui. Una cosa è doc se viene da quel gruppo, altrimenti…

Gesù stesso, è entrato nella storia sottomettendosi alla lista del censimento. E a più riprese, nel corso della sua vita, lo si è voluto circoscrivere ad una lista (non è il figlio di Giuseppe?… da dove mai questa sapienza?”), farlo coincidere con una lista di appartenenza, cosa dalla quale Gesù è sempre fuggito. Avrebbe dovuto rispettare una lista di precedenza tanto nella scelta dei suoi collaboratori quanto nel decidere con chi sedere a mensa. Secondo la nostra logica delle liste ci sono dei criteri previi che in qualche modo ci danno diritto all’amicizia di Dio e altri che, a priori, ce ne escludono. Ma attraverso il suo stile Gesù butta via questi criteri manifestando amore verso chi amabile non è. Persino un uomo come Matteo con un mestiere tanto malfamato come il suo può essere chiamato alla sequela del Signore e persino uomini ritenuti pubblicamente peccatori possono avere la gioia di sedere a mensa con lui.

Cosa mai accaduta prima: Gesù chiede a Matteo di seguirlo ma in realtà è lui che segue Matteo. Un Dio che si fa compagno di mensa con chi – secondo la logica delle liste – non avrebbe diritto alcuno. Gesù stesso arriva a porsi nella situazione da cui ha appena chiamato Matteo: sedeva a mensa in casa. Dio libera accettando di condividere la sorte di coloro ai quali è recato l’annunzio di salvezza. È questo che segna per Matteo una sorta di spartiacque: vedere Dio sedere alla mensa della sua casa senza doversi vergognare di essere quello che egli era. Il cammino che il Signore propone non è verso un esterno da sé ma un viaggio verso la propria casa, come un giorno lo aveva proposto ad Abramo: vai a te stesso (come meglio bisognerebbe tradurre quell’”esci dalla tua terra e va…).

E così alla scuola della misericordia apprendiamo che “migliore” non è l’equivalente di “impeccabile”. Scopriamo pure che Gesù non chiede la sincerità del proposito o l’autenticità della conversione prima di seguirlo. Ci si converte nella misura in cui si è disposti a porsi alla sua sequela.

Alla scuola della misericordia apprendiamo che viene spezzata quella logica secondo la quale avere a che fare con un peccatore significa contrarre impurità. Nel nostro modo di vedere le cose, infatti, l’inverso non si verifica mai. E invece, a questa scuola, accade l’inverso: cioè si diventa puri non attraverso chissà quali pratiche ma stando a contatto con il puro per eccellenza che è Gesù.

Alla scuola della misericordia ci viene poi insegnato che il nostro Dio non richiede sacrificio alcuno, non gli importano le sacramentalizzazioni di massa. A lui sta a cuore il tuo farti carico dell’altro, senza aggettivi, così com’è, sempre.

Ci sia dato di non disertare mai questa scuola… la scuola della misericordia.

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