I paradossi di Dio – XI del T.O.

Presi per mano dalla Parola di Dio, oggi veniamo iniziati a leggere i modi indubbiamente paradossali mediante i quali Dio porta a compimento la sua opera nel mondo. Non basterà la vita intera per apprendere i criteri di Dio, tentati come siamo di applicare anche a lui le nostre logiche di efficienza e di riuscita.

Il clima attorno a Gesù era evidentemente mutato: il facile entusiasmo suscitato dalla sua parola e dai suoi gesti aveva presto ceduto il posto al disincanto. I nazaretani si scandalizzavano di lui, molti andavano solo alla ricerca di segni, gli stessi discepoli faticavano a comprenderlo tanto da essere apostrofati come uomini dal cuore indurito. Come continuare a credere che Dio potesse essere riconosciuto e accolto senza imporsi?

È in una situazione simile che sulle labbra di Gesù affiorano le parole consegnate a noi quest’oggi. In questo modo egli risponde alla tentazione di volersi contare, alla curiosità di verificare dove si realizza ciò che si annuncia, al bisogno di conoscere il quando questo accade, all’esasperazione di voler affrettare le cose e alla paura di doversi confrontare con situazioni avverse.

Proprio la parabola del seme è rivolta a chi vive la preoccupazione perché la parola di Gesù è respinta. È necessario imparare ad attendere: tanto il rifiuto degli uomini quanto la loro accoglienza superficiale potranno rallentare il cammino della Parola seminata ma non potranno pregiudicarne la fecondità. Bando, perciò, all’ansia e alla paura, bando all’affanno dell’organizzazione come se il risultato sia commisurato alle energie spese in campo. Il raccolto è garantito, nei tempi e nei modi che solo Dio conosce: esso accade invisibilmente, misteriosamente e silenziosamente. Se a me spetta non tirarmi fuori dalla storia, mi è chiesto pure di smettere la pretesa di dominare eventi e situazioni. La fecondità del seme non dipende dalla mia bravura o da chissà quale strategia. Il “tra” che viene dopo la semina e prima del raccolto misura da una parte tutta la nostra impotenza e dall’altra la capacità di attendere con pazienza, con fiducia e con speranza.

Proprio come ogni seme che si rispetti, l’opera di Dio non fa rumore mentre cade nella terra, non conosce alcun frastuono mentre germoglia e non attira su di sé l’attenzione mentre giunge a maturazione.

Gli inizi modesti dell’opera di Dio fanno chiedere ai discepoli quale esito essa potrà mai avere. Se il buongiorno si vede dal mattino, è normale intravedere l’ombra del fallimento. Faticano a comprendere, invece, che Dio comincia sempre con poco, addirittura con nulla. Ciò che conta non è la modestia degli inizi ma la fiducia verso la sua persona e l’abbandono incondizionato alla sua Parola. Per questo, persino un’esperienza di fallimento e di morte quale sarà quella del Crocifisso, per l’azione misteriosa del Padre sarà, invece, apportatrice di salvezza e di vita.

Attenzione, perciò, a valutare l’opera di Dio con criteri di mercato. Proprio perché è opera di Dio si tratta di una realtà soprannaturale che non può essere accostata con un approccio tipicamente umano. Proprio ciò che è debolezza per gli uomini è potenza di Dio (cfr. 1Cor 1,25). È quello che farà dire all’apostolo Paolo: “Quando sono debole è allora che sono forte” (2Cor 12,10).

Dio è sempre all’opera, nonostante l’uomo: “Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come egli stesso non lo sa”. Non sta a me garantire il frutto. Esso è insito nella forza del seme che Dio sparge a piene mani. A me spetta, anzitutto, non ostacolare l’azione della grazia. È necessario lo sguardo della fede, il solo che permette di discernere le disponibilità nascoste in ogni situazione. Se il regno è opera di Dio nessuno ha motivo per perdere la serenità quando i motivi dello scoraggiamento sarebbero tutti plausibili.

Dio è amico del silenzio, predilige il nascondimento, ama la non appariscenza. Si manifesta nel piccolo seme che è il Figlio, nella sua parola e nei suoi gesti. Si manifesta persino mediante la fragilità dei continuatori dell’opera del Figlio. Essi, infatti, vivono la consapevolezza che “né chi pianta, né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere” (1Cor 3,7).

A noi spetta mettere a disposizione tutti i doni di natura e di grazia perché, anche dal poco, il Signore possa far maturare il frutto atteso. La forza e la consistenza di ogni azione, infatti, vengono da un Altro.

Non dimenticare: Dio, per vie solo a lui note, porta sempre a compimento l’opera che ha iniziato. Il nulla del seme e l’insuccesso della crescita non saranno mai un ostacolo insormontabile.

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