Cosa viene prima – Giovedì X del T.O.

Secondo il nostro modo di vedere le cose sarebbe già una grande cosa se riuscissimo ad assaporare il ravvedimento di chi ha sbagliato. E, tuttavia, secondo il vangelo, questo non basta. Non basta restare spettatori compiaciuti di un eventuale percorso di conversione intrapreso da chi ha compiuto il male. Non basta riaccogliere chi ci ha fatto del male. La giustizia della quale il Signore ci chiede di essere amministratori si dispiega nel facilitare un tale percorso, nel renderlo possibile. Per questo Gesù chiede di creare una nuova opportunità nei confronti di chi “ha qualcosa verso di noi”. A noi il primo passo, se davvero abbiamo compreso qualcosa di quel Padre che “non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe”.

“Va’ prima!”. A nulla vale il nostro salire i gradini di un altare per offrire quanto abbiamo pensato di consegnare a Dio, se prima non abbiamo deciso di varcare la soglia di qualcuno che può averci fatto del male. C’è sempre un “prima” da riapprendere rispetto a quello che immediatamente ci sembrerebbe avere la precedenza. Senza questo “prima”, ogni vita religiosa è una esistenza idolatra che nulla ha da spartire con il Dio che Gesù ci ha svelato. Si tratterebbe di un Dio opera dell’uomo il quale, pago della sua divinità, benedirebbe i nostri percorsi di allontanamento. Per il nostro Dio, invece, non serve a nulla avvicinarci a lui se prendiamo le distanze dal fratello. Non basta trovarsi ai piedi di un altare e lontani dal cuore dell’altro.

Non basta non uccidere, occorre piuttosto creare occasioni perché l’altro possa vivere di più e meglio. Infatti, abbiamo sempre inteso l’esperienza del perdono come un mettere un freno al male già inferto. Nell’intenzione e nel desiderio del Signore, la disponibilità alla riconciliazione è anzitutto in vista di un incremento di bene.

Non basta non uccidere, è invece necessario evitare di giungere al fare come se l’altro non vi fosse più sebbene egli si rapporti a me come se io non esistessi.

Non basta non uccidere, occorre far sì che l’avversario non diventi mai un nemico.

Essere come il Padre, è questo il senso della giustizia superiore. Come il Padre, ovvero, non preoccupati della difesa delle proprie prerogative ma capaci di far sì che chiunque possa ritrovare l’armonia perduta.

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