Dove guardare – Sacro Cuore di Gesù

“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”.

Per entrare nel mistero di questa solennità, la liturgia ci suggerisce un punto prospettico singolare, quello del soldato che trafisse il costato di Gesù e che la tradizione attribuisce a san Longino. Guardiamo al mistero della nostra salvezza a partire dall’avvenimento che sigilla tutte le torture di Gesù. La conversione di Longino è proprio il primo frutto della contemplazione della Croce di Cristo.

Nel suo prologo, Gv aveva mirabilmente racchiuso in questa espressione il senso di quello che poi avrebbe narrato: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”. Poi, come prendendoci per mano, ci ha mostrato che egli è l’acqua per la nostra sete, il pane vivo disceso dal cielo, il pastore bello che dona la sua vita, la luce che illumina ogni uomo, la vite vera che produce il frutto sperato, la risurrezione che vince ogni morte. Ma se vuoi comprendere chi è davvero Gesù, devi sostare ai piedi della croce.

Giovanni richiama la nostra attenzione proprio sullo sguardo. Non un qualsiasi sguardo, nemmeno uno sguardo verso qualsiasi luogo. Il soldato romano, aprendo il cuore di Gesù sulla croce, ha fatto qualcosa di estremamente simbolico, che andava molto al di là del dovere militare di constatare la morte del condannato. Giovanni non ci lascia rimanere alla superficialità del fatto.

Il nostro sguardo è chiamato a fissare il mistero del Crocifisso perché pur restando incomprensibile, è da esso che ha inizio ogni conversione. Che cos’è, infatti, la conversione se non giungere a credere che da una esperienza di morte è scaturita per noi la vita vera?

Se guardi con gli occhi del corpo, Gesù è solo uno di fronte al quale ci si copre la faccia; se lo guardi con gli occhi della fede, vi scopri la gloria di Dio, ossia chi è veramente: il Crocifisso è il Figlio di Dio, Dio egli stesso. Il gesto compiuto dal soldato è proprio ciò che maggiormente rivela il senso di quanto è accaduto: dalla morte del Figlio è venuta a noi la vita, quella vera, simboleggiata proprio dal sangue e dall’acqua. L’acqua è ciò che dona la vita al deserto del nostro cuore, il sangue indica il prezzo pagato perché ciò potesse accadere. In Gesù c’è una fonte nascosta che viene sprigionata proprio nell’atto della trafittura. Ciò di cui l’uomo necessita per avere la vita deve attingerlo a questa sorgente: quel costato, infatti, resterà sempre aperto, fino a che ogni uomo non avrà accesso alla vita stessa di Dio. Quella ferita aperta è lì a perenne memoria che l’offerta da parte di Dio non è mai ritirata, mai revocata.

Di fronte alla contemplazione del Crocifisso scopriamo la grandezza del cuore di Dio e l’abisso del nostro peccato. La vulnerabilità di Dio è la porta aperta per essere guariti: Dalle sue ferite siamo stati guariti.

L’acqua e il sangue sono il segno di tutto l’amore impiegato per salvare l’uomo. D’ora in poi noi abbiamo un luogo dove dimorare: non basta guardare soltanto, è necessario entrare in quella ferita aperta perché quella, dice sant’Agostino, è la porta della vita.

Scrive sant’Antonio di Padova:

“Gesù stesso, nel vangelo di Giovanni, dice: «Se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9). Se uno entra attraverso di me, vale a dire attraverso il mio costato aperto dalla lancia, se entra con la fede, con la passione e la compassione, sarà salvo, come la colomba che si rifugia nella fenditura della roccia (cf. Ct 2,14) per sfuggire all’avvoltoio che le dà la caccia; e così entrerà per controllare, per discutere ed esaminare se stesso, e poi uscirà per considerare, calpestare, disprezzare e fuggire la vanità del mondo” (Dom. XV dopo Pentecoste, 11).

A lui fa eco santa Caterina da Siena.

“Un giorno ho chiesto a nostro Signore: “O dolce e Immacolato Agnello, Tu eri già morto quando il tuo costato fu squarciato. Allora, perché hai voluto che il tuo Cuore fosse aperto? Perché hai voluto che il tuo Cuore fosse colpito e ferito?” Il Signore rispose: “Per molte ragioni, ma ti dirò la più importante. Il mio amore per gli uomini era sconfinato, ma la sofferenza e la tortura che ho sofferto erano limitate; così con queste sofferenze limitate non potevo mostrare agli uomini tutta l’intensità del mio amore per loro, dal momento che il mio amore non ha confini. Mostrandovi il mio costato aperto volli dunque rivelarvi il segreto del mio Cuore, perché voi possiate capire bene che vi ho amato molto di più che potessi dimostrarvi con le mie sofferenze limitate. E questo ve l’ho dimostrato attraverso l’apertura nel quale voi potete scoprire il segreto del mio Cuore”. (Dialogo della Divina Provvidenza – Cap. 75)

Ci conceda il Signore quello che la serva di Dio Sr. Maria Costanza Zauli raccontava di sé: “Mi sono arrampicata sulla montagna dei miei peccati per arrivare a bere alla sorgente del costato aperto di Cristo crocefisso”.

 

 

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