La tenerezza, anzitutto – Giovedì IX del T.O.

Che cos’è che conta davvero? Che cosa è davvero più importante? È questa la domanda che viene portata a Gesù il quale riassume tutto in una parola: amerai…, ovvero imparerai a fare spazio, imparerai ad accogliere, imparerai ad ospitare. Cos’è, infatti, l’amore se non l’esercizio continuato del fare spazio all’altro contraendosi? Lo Spirito accade nella nostra vita ogni volta che qualcosa di altro e di diverso affiora in noi e nella relazione con altro da noi. Per questo l’invito ad amare, a fare spazio: ne va dell’esperienza dello Spirito. Lì c’è Dio: il divino accade nell’umano. Sempre così. E non lo ritiene indegno di sé.

Amerai… Amerai…

Sta per andarsene Gesù. E a Gerusalemme, consapevole dell’incalzare degli eventi e dell’ostilità dei suoi interlocutori, non esita a fare appello a gesti e parole in grado di rivelare che cosa possa voler dire vivere secondo Dio: amerai… Lui, il Signore, di lì a poco farà spazio persino all’esperienza del rinnegamento e del tradimento pur di non venir meno all’invito ad amare.

Gesti e parole testamento, anche a prezzo della sua stessa esistenza: amerai… Ecco ciò che conta: amerai… Così ripete Gesù all’esperto di teologia che, dopo estenuanti riunioni, si fa avanti per mettere alla prova Dio stesso. Gesti e parole dispersi nel vento se è vero che l’uomo religioso non sarà disposto ad accogliere che Dio “si” dica (dica di sé) non anzitutto con il linguaggio delle definizioni e dei dogmi ma con gesti che nascono da un cuore che vibra.

In un contesto ambiguo, fatto di competizione, di invidie, di progetti di morte, proprio in quel luogo per eccellenza della spiritualità che è il tempio, Gesù non si abbandona a invettive – pur conoscendo che si stava tramando contro di lui – ma osa parlare di amore, osa ancora una volta abbandonarsi al canto della nostalgia e consegna l’anima di ogni precetto della Legge. Risponde non con le categorie del diritto ma con quelle proprie della preghiera di ogni israelita (lo Shemà Israel). Di lì a poco, non chiamando più servi ma amici, i suoi discepoli, di nuovo li sottrarrà dall’ambito legalistico per collocarli in un ambito filiale.

Parole testamento quelle di Gesù ma anche parole denuncia: denunciano infatti un’esperienza religiosa divenuta soltanto un’intricata casistica. Dio non è anzitutto da conoscere ma da riconoscere, Dio non è anzitutto qualcosa da capire ma qualcuno da accogliere, Dio non è da temere ma da amare. E lo si può fare perché in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato noi (1Gv 4,7-10). E ha amato noi quando eravamo ancora peccatori. Fuori da questa consapevolezza ogni istituzione religiosa rischia di eliminare proprio colui che incarna l’amore del Padre. Paradossale ma vero: i più determinati ad eliminare Gesù sono stati proprio coloro che più avevano modo di nutrirsi del comandamento di Dio.

Amare Dio significa amare ciò che Dio ama e Dio non ama nulla più dell’uomo: per questo il secondo è simile al primo.

Amerai… Amerai… fino alla fine questo il sogno di Dio che nessuno dei protagonisti della scena evangelica sembra raccogliere.

Amerai… verbo al futuro perché è il verbo della vita e la vita è ricerca. La vita non è soltanto ciò che hai alle tue spalle: essa è ancora tutta da svolgere inventando nuovi percorsi nelle tue relazioni. Verbo ancora tutto da coniugare perché la vita, Dio, l’altro sono sempre ad-venienti.

Parola da ripetere – amerai – dice Dt 6,4, perché parola che spesso si dimentica quando altre logiche fanno capolino, quando Dio è legato più alle ragioni di un intelletto che a quelle del cuore.

Amerai…, ossia, un invito a stare in cammino, attratti e affascinati da un Dio che è sempre di fronte a me. Invito a fare spazio a ciò e a chi “accade” davanti a te.

Amerai… verbo che attesta come non sia possibile stare nella storia secondo un’etica dei minimi sforzi così da garantirsi certe appartenenze umane, ma solo a prezzo di una totalità: con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta la vita.

Da fissare sul calendario della storia quel giorno in cui alla domanda di un dottore della Legge Gesù arrivò a mettere sullo stesso piano l’amore per Dio e l’amore per l’uomo. “Mai… in tutte le Scritture, i ‘due amori’ sono posti così innegabilmente sullo stesso piano a rispecchiarsi l’uno nell’altro. Il secondo è simile al primo: cioè non identico, e neppure più o meno importante. Ma fatti della stessa pasta, l’uno a specchio dell’altro, l’uno a inveramento dell’altro” (G. Caramore).

Non la professione della fede il criterio su cui saremo giudicati ma il bene che siamo stati capaci di generare. Non la dottrina, anzitutto, ma la tenerezza. Discepoli di questo Dio non sono gli esperti ma tutti coloro che sono capaci di amore. Risolutivo non sarà credere in un Dio con queste o quelle caratteristiche ma essersi aperti all’amore. Non un dovere da compiere, anzitutto, ma una relazione da accogliere.

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