Fare a meno di Dio?

L’uomo è da sempre chiamato alla comunione con Dio. E, tuttavia, egli ha la reale possibilità di rifiutarsi ad un simile rapporto: quello che per Dio è inteso e vissuto come rapporto di comunione, l’uomo lo coglie come un rapporto tra antagonisti, con il sospetto che Dio sia in fondo un ostacolo all’uomo nella realizzazione di se stesso.

Siamo stati creati talmente liberi da opporci a Colui dal quale proviene il nostro essere e il nostro operare. Ecco allora che l’uomo disobbedisce e si nasconde da Dio, convinto così di realizzare in pienezza la sua libertà, la ricerca della propria autonomia. Ne deriva perciò una situazione di peccato che non è altro se non il voler fare a meno di Dio, dal momento che è un Dio geloso dell’uomo. Travolto da questo turbine emerge chiaro ciò che l’uomo diventa senza la misericordia di Dio: “si accorsero di essere nudi”. La nudità indica la rottura di un rapporto di comunione, la paura della propria diversità e quindi la paura dell’altro e anche di Dio. L’uomo sente il bisogno di industriarsi: poche foglie di fico possono essere sufficienti a restaurare un rapporto ormai spezzato.

Così come la Scrittura ci presenta Dio esso appare in realtà un Dio diverso da quello suggerito dal serpente, tanto da passeggiare familiarmente accanto agli uomini che invece si nascondono. Dio però non si presenta per condannare: “Dove sei?… Che hai fatto?”. Si tratta di domande che mirano a mettere in questione l’uomo proprio perché questi possa riconoscersi davanti a lui come soggetto libero e responsabile. E, invece, cosa fa? Rifiuta questa offerta di misericordia chiamando in causa la donna e questa il serpente. Entrambi mostrano l’idea di un Dio per nulla misericordioso: la causa del peccato è la donna “che tu mi hai posto accanto” oppure il serpente, anch’esso creatura di Dio. È come se l’uomo e la donna affermassero: se noi abbiamo peccato la colpa, in realtà, è la tua; perciò tu non sei misericordioso.

Il peccato, in fondo, consiste nel rifiuto di riconoscere Dio come Dio, nell’ignorare Dio, dove, però, ignorare non significa “non sapere che esiste”, ma “fare come se non esistesse”. È il tentativo, da parte dell’uomo creatura, di cancellare, di propria iniziativa, quasi con prepotenza, la differenza infinita che c’è tra lui e Dio. Il termine greco con cui si esprime il nostro “peccato” sta ad indicare proprio il fallimento, il mancare il bersaglio. Con il peccato si fallisce in quanto creatura, cioè in quella che la nostra più specifica identità, si fallisce in quello che si è, non in quello che si ha. Dio non vuole certo tutto ciò ma lo permette proprio perché siamo dotati di una libertà immensa e di una responsabilità ugualmente grande.

Di fronte a Dio che pone quella domanda semplicissima: “Dove sei?”, anche noi dobbiamo imparare a presentarci nella verità e nella nudità del nostro essere, senza sotterfugi, senza giustificazioni ridicole, senza alibi di comodo. Non abbiamo bisogno di foglie di fico per coprire le nostre vergogne. Il Signore, che “è bontà e misericordia”, è disposto a coprirci Lui col suo perdono, purché la smettiamo di coprire goffamente la nostra nudità con le parole più sciocche.

Più volte Dio aveva manifestato il suo amore, il suo continuo desiderio di stabilire con l’uomo un legame di alleanza. Soprattutto con i profeti, Dio paragona il suo amore a quello di una madre, a quello di un padre, a quello di uno sposo. Attraverso Geremia, Dio dice: “Ti ho amato di amore eterno!” (Ger 31,3). Cosa questa mai udita, in nessuna filosofia e in nessuna religione, sulla bocca di un dio, perché il dio dei filosofi è un dio da amare, non un Dio che ama e che ama per primo: questo sarebbe uno sminuire il suo essere Dio.

A Dio però non è bastato parlarci del suo amore “per mezzo dei profeti”. Ci ha fatto dono del suo amore attraverso Gesù: egli è l’amore di Dio! Non siamo noi che improvvisamente abbiamo mutato vita e costumi e ci siamo messi a operare il bene, no, tutt’altro. Dio ha agito! Come? Facendoci dono del Figlio suo, che è la mano che Dio tende ai peccatori, la parola che ci salva, la via che ci riconduce al Padre. Dio fa giustizia usando misericordia! Ecco come Dio si vendica sugli uomini che hanno peccato. Dio fa giustizia, si mostra veramente per quello che è, quando usa misericordia. Tante volte siamo stati sollecitati ad aver paura della giustizia di Dio perché la si è intesa come il castigo, la vendetta nei confronti dell’uomo. Invece, non è altro che l’atto mediante il quale Dio rende giusto l’uomo. È venuto il più forte, ci dice Gesù nel Vangelo odierno, perciò non possiamo e non dobbiamo più aver paura: Dio ha manifestato il suo perdono, la sua grazia. Dio ha preso l’iniziativa di venirci incontro, non ci ha lasciati in balìa di noi stessi o di chissà quale potenza oscura. Da parte nostra viene richiesta soltanto l’accoglienza di un dono, viene chiesta la conversione mediante la fede.

Il vangelo odierno mostra come la pagina della Genesi si perpetua nell’atteggiamento degli scribi che di fronte all’opera di Gesù preferiscono chiudersi in se stessi. E Gesù usa le parole più dure, forse, di tutto il vangelo: “Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno”. In fondo gli scribi non fanno altro che chiamare male il bene. Il peccato contro lo Spirito Santo è il peccato di chi rifiuta la verità ad occhi aperti. È il peccato che avviene non solo sapendo, ma sapendo e mascherando, sapendo e giustificando. È un peccato che non può ricevere il perdono non perché Dio non sia disposto a perdonare, ma perché l’uomo si rifiuta di accogliere il perdono. In parole povere è l’uomo che si auto-condanna col suo rifiuto, cosciente, della proposta di salvezza. È come di un uomo che sapendo di annegare, allontana la fune che gli viene tesa. Siamo di fronte al mistero della libertà umana che può decidere ancora e sempre o per Dio o per se stessa.

Dio è sempre pronto al perdono: sei disposto ad accoglierlo?

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