Preparare – SS. Corpo e Sangue del Signore Gesù Cristo

“Dove vuoi che andiamo a preparare la tua Pasqua?”.

Sulla bocca dei discepoli suonava come una domanda di rito, trattandosi della Pasqua ebraica: non immaginavano affatto che quella domanda fosse come un invito rivolto a Gesù di affrettare il suo dono, il suo sacrificio. Essi pensavano alla Pasqua antica, Gesù, invece, alla sua ormai imminente.

Proprio questa domanda tradisce uno stile: nulla di improvvisato nella vita di Gesù, tutto, invece, accuratamente preparato. Suo compito fino alla fine del mondo è proprio il preparare un posto per i suoi: “Vado a prepararvi un posto perché dove sono io siate anche voi”. Dice addirittura che il suo ritorno è legato proprio alla missione di aver preparato un posto per ciascuno.

Per preparare la Pasqua, di cui l’Eucaristia è memoria perenne, la prima cosa da fare è sapere che cos’è.

È una esperienza di liberazione da tutto ciò che riduce in schiavitù. Sono disposto a deporre tutto ciò mi aliena e mi opprime?

Inoltre, la Pasqua segna il riconoscimento dell’unico Dio e la rottura con tutto ciò che spesso finisce per prendere il suo posto. Davanti a chi mi prostro? Chi riconosco come mio Signore?

Infine, la Pasqua segna la rottura con il peccato, ossia con l’incapacità di compiere il bene: nel mistero pasquale Dio si consegna all’uomo annullando ogni inimicizia. Sono pronto a lasciare le opere di morte per servire, invece, il Dio vivente e portare frutti di vita?

L’incarico di preparare viene affidato dal Signore stesso a due discepoli, vale a dire ad una comunità. L’Eucaristia va celebrata non fra tensioni e rivalità ma là dove c’è la disponibilità a portare gli uni i pesi degli altri, altrimenti riceveremmo soltanto il prezzo della nostra condanna. La chiamata a partecipare all’Eucaristia è sempre personale ma non è mai individuale. Nessuno è in grado di realizzare da solo il progetto del Signore perché è la comunione a contraddistinguere la fisionomia della Chiesa.

C’è un uomo da seguire perché indichi il luogo in cui celebrare la Pasqua, un uomo con una brocca in mano. Quell’uomo è figura del Battesimo: ha accesso alla comprensione di quel mistero d’amore chi ha fatto sì che la sua vita fosse rigenerata dal lavacro battesimale. Tanto era evidente tutto ciò, che i catecumeni partecipavano soltanto fino alla liturgia della Parola, poi dovevano lasciare il luogo dove si celebrava l’Eucaristia. Per questo, tra le condizioni per accostarsi degnamente al Corpo e al Sangue del Signore c’è l’essere in grazia di Dio.

Gesù dà poi un’ulteriore indicazione: parla di una stanza grande, arredata e già pronta. Non un luogo qualunque: è vero, la consegna di sé, la dichiarazione d’amore avviene nell’intimità e non in qualsiasi crocevia. Una sala al piano superiore per essere in grado di guardare alla vita quotidiana da un altro punto prospettico. È necessario andare oltre la fatica del quotidiano preparando il proprio cuore ad accogliere e vivere la comunione piena con il Signore. Che sia al piano superiore sta ad indicare che l’Eucaristia si colloca fuori dalla logica del fare, si pone, invece, in quella del lasciarsi fare, lasciarsi plasmare. Non è una cosa nostra di cui possiamo disporre a nostro piacimento. Per questo, tra le condizioni per accostarsi degnamente al Corpo e al Sangue del Signore c’è la consapevolezza di chi si va a ricevere. L’incontro con il Signore non è l’ennesimo risultato dell’opera delle mie mani (la stanza al piano inferiore) ma è dono: perché accada è necessario uscire dalle proprie occupazioni. È al di fuori di ciò che facciamo ma ha ricadute in tutto ciò che viviamo.

Può nutrirsi del suo corpo e sangue chi si è fidato della Parola del Signore e le ha prestato ascolto obbediente proprio come i discepoli che, dando credito a ciò che il Signore aveva loro detto, hanno trovato come indicato.

Nella sala al piano superiore c’è qualcosa da imparare: non basta ripetere un gesto sacramentale se lo si svuota del contenuto di una vita donata. A nulla serve mangiare un’ostia se io non accetto di essere ostia offerta. Ripetere quello che ha fatto Gesù non è la recita pedissequa di un copione ma accettazione di un vero e proprio dinamismo. Forme, tempi e modalità sarà il Signore stesso a indicarli ma la prospettiva è la stessa che farà riconoscere a sant’Ignazio di Antiochia: “Sono frumento di Dio e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo”.

Nutrirci di lui nella sala al piano superiore impegna a trasformare le tante stanze della nostra vita, da quelle del lavoro a quelle dove viviamo, da quelle dell’affetto a quelle della malattia, da quelle degli incontri a quelle della solitudine.

Se l’Eucaristia è primizia di ciò che vivremo per sempre nella gloria, ecco che essa va preparata perché il posto in cui si celebra si trasformi per un momento nel posto stesso del cielo.