Tu sì’ ‘na cosa grande – SS. Trinità

A noi che patiamo spesso sulla nostra pelle la percezione di essere come delle monadi disperse nell’universo da un cieco destino, oggi viene fatto conoscere, invece, che tutto di noi è stato pensato e voluto secondo un ben preciso modello di relazione, di condivisione. Nulla è a caso, nulla senza senso.

È Mosè a prenderci per mano e a chiederci di volgerci indietro e riconsiderare tutta la nostra storia: Dio è intervenuto “con prove e segni, con mano potente e con braccio teso” perché noi potessimo essere certi della presenza di Dio e della sua disponibilità anche quando abbiamo deciso di recidere il legame con lui. Come dimenticare il gesto di tenerezza compiuto da Dio nel cucire vestiti ad un uomo che si vergognava della sua nudità?

Quando nelle nostre relazioni si rompe qualcosa, finiamo spesso per voler cancellare tutto ciò che ci ricorda l’altro, fino a restituire quanto ci era stato donato. Dio no. Ha talmente legato la sua vicenda alla nostra che il nostro nome resta legato alla sua identità: Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Antonio, di…

Perché durante l’anno liturgico contempliamo tutto ciò che ha a che fare con la vicenda di Gesù che è il volto visibile del Dio invisibile? Per nessun altro motivo se non per diventare consapevoli che come destino (mai parola più abusata) abbiamo la vita stessa di Dio, quella che oggi contempliamo nella Trinità delle Persone Divine. “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18).

Dio non se ne sta compiaciuto nella sua eterna beatitudine ma sceglie di uscire e di partecipare tutto ciò che gli è proprio a me, a ciascuno di noi. Arriva addirittura a compiacersi di abitare tra i figli degli uomini. Bellissima l’espressione di Mosè quando ricorda che il nostro Dio “è andato a scegliersi un popolo”. Nessuno di noi è un incidente di percorso. È andato a scegliersi me, ciascuno di noi!

Che cos’è la storia della salvezza, allora, se non il dono incessante offerto da Dio perché l’uomo possa sempre riprendere a credere e a sperare che la sua vita ha un felice approdo nell’abbraccio stesso delle Tre Divine Persone?

Perché mai Dio avrebbe fatto udire la sua voce? Perché scegliersi un popolo se non per costituirlo segno di ciò che egli avrebbe voluto fare con l’intera umanità?

Davvero tutto è segno della sua azione provvidente perché ogni uomo possa riappropriarsi di quel modello secondo il quale è stato creato. Per questo Mosè chiede al popolo d’Israele di non dimenticare mai la caratteristica propria del suo Dio: la vicinanza, l’esserci.

Come vorremmo ritrovare lo stupore che Mosè suscitava nel suo popolo mentre lo invitava a considerare la “cosa grande” che Dio aveva compiuto a favore del suo popolo! Una indimenticabile voce italiana cantava: “Tu si’ ‘na cosa grande pe’ mme”. È ciò che Dio continua a ripetere per ciascuno di noi: “Tu si’ ‘na cosa grande pe’ mme”.

Questa cosa grande si è manifestata in due modi: mediante la parola e mediante l’elezione. Prima ancora che essere noi a parlare a Dio è lui che parla a noi. Prima ancora che un progetto matrimoniale potesse pensare a me, Dio stesso mi concepiva dall’eternità. Quando io ero “nessuno” Dio mi ha raccolto, quando addirittura ero “nulla” Dio mi ha creato e quando io ho sbagliato, Dio per primo si è messo sui miei passi perché potessi gustare ancora la gioia di appartenergli. È così vero tutto ciò, che per Dio io sono figlio e come il Figlio Gesù divento erede di Dio. E che cosa ricevo in eredità? Tre prerogative che sono proprie di Dio: l’incorruttibile eternità (non scampoli di vita, ma una vita per sempre), la gloria (avere peso, avere valore) e il regno di Dio stesso (signori, non schiavi).

Comprendiamo così perché il Signore chieda di battezzare. No, non soltanto un po’ d’acqua sulla testa di qualcuno ma una vera e propria immersione. Chi mi incontra va immerso nell’amore di un Padre che non ha altra ragione di vita se non i suoi figli, nell’amore di un Figlio che strappa da ogni lontananza per far gustare il ritorno a casa, nell’amore dello Spirito che ridona vita a tutto ciò che sta per spegnersi.

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