Le cose o le persone – Lunedì VIII T.O.

disoccupato-povero-535x300Credo non facciamo fatica ad ammettere che la conclusione di questo brano evangelico vada proprio nella direzione opposta alle sue premesse. Ci saremmo aspettati il contrario. Questo tale corre verso Gesù, gli si getta ai piedi quasi adorandolo, riconosce in lui l’autorità di dire qual è la volontà di Dio, uno che sente lo sguardo di Gesù che lo fissa, si sente amato. Noi avremmo concluso: certamente gli va dietro. E invece no: “oscuratosi in volto per quelle parole, se ne andò, rattristato poiché aveva molti beni”.

Va da un’altra parte. Sembrerebbe quasi che la parola di Gesù che è potenza di luce non abbia potuto nulla al confronto con il fascino che su quel tale esercitava la ricchezza.

Credo succeda anche a noi che esteriormente sembriamo correre da Gesù, fare genuflessioni, cercare la sua volontà e poi lasciarci portare da tutt’altra parte dal legame che abbiamo con le cose. Perché le cose, la ricchezza esercitano un fascino tale su di noi? Io credo che abbiamo bisogno delle cose per dare alla nostra vita un senso di sicurezza, per vincere la paura, la paura del futuro e, perché no, la paura della morte. In questo regime di paura, i beni sono visti come una possibilità di difesa. Eppure, ci dice un bellissimo salmo: “Se vedi un uomo arricchirsi non temere… se aumenta la gloria della sua casa1 quando muore, con sé non porta nulla, né scende con lui la sua gloria… Ma l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (Sal 49).

Quest’uomo del vangelo è un inquieto, non si sente in pace. Chi osserva veramente i comandamenti non si sente mai a posto. Sa che essi sono soltanto l’avvio del cammino che dovrebbe condurci ad essere come il Signore Gesù. Ecco perché dopo aver rivolto la prima domanda a Gesù lo incalza con una seconda: “Che cosa mi manca?”. E Gesù diventa qui il maestro delle assenze, colui che ci insegna cosa manca alla nostra vita, colui che riaccende l’inquietudine. Gesù diventa il maestro del desiderio proprio per quelle assenze che ci fanno vivere. Noi viviamo di assenze, viviamo di ciò che desideriamo e non di ciò che possediamo. Noi ci portiamo dentro il desiderio di orizzonti più ampi, di ideali più accesi, di mete più alte. E’ come se la nostra vita si svolgesse tra due realtà: quella fatta dei gesti e delle cose di tutti i giorni e quella fatta di appelli, di richiami che continuamente sentiamo rivolgerci. Da un lato la vita come accumulo di cose, la vita esteriore, dall’altro la sapienza del cuore, la vita spirituale, la vita interiore, la vita come sogno.

Perché se ne va triste quel tale? Perché non riesce più a mettersi in ascolto di questa vita come appello, come sogno. Si lascia invece circoscrivere solo dalla vita come esistenza quotidiana,  sequestrato dalle cose. La felicità, o meglio, la riuscita della nostra vita sta nel far coincidere la vita come appello e la vita come quotidiano, quando riusciamo ad incarnare quell’appello che ci sgorga dal profondo del cuore con i gesti del quotidiano.

“E se ne andò triste”. Questa nota di tristezza mi pare sia compagna di tanti cristiani. Infatti si può essere onesti ma infelici, praticanti ma infelici. Il praticante non è da confondere con il credente, perché il praticante può osservare tutti i precetti e non riuscire mai a gustare la gioia, perché è uomo del dovere che cerca il premio e perciò teme la punizione. E’ l’uomo del calcolo, non dell’abbandono fiducioso. E’ l’uomo che fa il bene per forza quasi fosse in un regime carcerario, dove quasi tutto è proibito e il resto è obbligatorio. Ma il suo cuore in realtà risuona per altro.

Il credente, invece, è l’uomo che è sedotto da quello sguardo di Gesù, dal progetto che  Gesù ha sull’uomo e sul mondo.  Credere è un’esperienza che nasce da un incontro.

Una cosa ti manca: passare dalle cose alle persone. Tutto ciò che hai, ciò che sei, deve diventare strumento di comunione. Le cose non esistono per il possesso ma per la condivisione. Ecco perché Gesù non propone la povertà ma la comunione. Tutto diventa sacramento dell’incontro.

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