All’unisono con il cuore di Dio – Venerdì VII T.O.

897043146L’intenzione è chiara e il pretesto evidente: trovare un motivo per cogliere Gesù in fallo. Questo era ciò che animava un gruppo di farisei che chiede a Gesù di misurarsi su un argomento delicato com’è quello dell’unità della coppia. Quella che rappresenta uno dei capisaldi del vivere sociale, è una delle istituzioni più esposte alla crisi e alla difficoltà. Il mondo dei sentimenti conosce, infatti, stagioni diverse che a volte sembrano addirittura contraddirsi tra di loro: non è scontato arrivare a scegliere l’amore da cui un giorno ci si è sentiti attrarre.

Gli interlocutori di Gesù appartenevano senz’altro alla categoria di chi ammetteva che fosse possibile sciogliere il legame di una coppia, estendendo così il permesso concesso da Mosè che nasceva da una attenzione nei confronti della donna, in un tempo in cui la donna era proprietà esclusiva dell’uomo. A loro interessava sapere quali fossero i motivi validi perché ciò potesse accadere: per qualsiasi motivo? Persino per una minestra attaccata alla pentola, come taluni sostenevano?

Avrebbero voluto che Gesù rispondesse con un si o con un no per trovare un capo di accusa. E, invece, come già in altri casi, Gesù sposta l’attenzione su un altro piano. Era evidente che essi avevano dimenticato il senso di quello che Mosè aveva concesso per la durezza del loro cuore. Mosè aveva allargato le maglie di una concessione allorquando si era reso conto di un cuore incapace di battere all’unisono con il cuore di Dio. Ma all’inizio non fu così…

Le difficoltà che sorgono all’interno di una relazione non possono essere accostate solo con l’atteggiamento di chi vede in esse una possibile scappatoia all’indissolubilità del legame che si è scelto di celebrare e perciò di custodire. I momenti di fatica o di stanchezza che una coppia attraversa, non sono anzitutto l’anticamera di una separazione necessaria. Sono piuttosto quelle occasioni in cui ritrovarsi a discernere ciò che è bene perché la coppia compia un passo in avanti.

Finché non ci si riappropria del progetto delle origini che vede il matrimonio come l’esperienza del reciproco custodirsi, esso è sempre esposto alla sopraffazione e persino alla violenza nei confronti del proprio coniuge. Nel progetto delle origini, infatti, il matrimonio è un’esperienza di legame condiviso nella gioia e nel dolore. L’amore vero, risente certo degli scossoni che la vita non risparmia a nessuno, ma legge negli eventi, pure faticosi, non anzitutto un motivo per tirarsi indietro ma un’occasione per amare ancora di più.

Riappropriarsi del progetto delle origini significa guardare a come Dio sta nei confronti dell’umanità ribelle: sempre offrendo nuove opportunità, mai ritirando la propria disponibilità e il suo perdono. Guardare al progetto delle origini significa riconoscere che da soli non siamo in grado di amare così. Per questo i nostri legami hanno bisogno di attingere forza e vitalità da quel legame che Dio ha stabilito con noi a prezzo del suo stesso sangue.

Riappropriarsi del progetto delle origini significa non passare la vita cedendo soltanto al fascino dell’attrazione che risponde a fattori diversi, ma assumendo la forza e l’impegno di un legame. È vero, prima o poi in tutte le nozze umane viene a mancare il vino. E provvedere solo con quello della propria cantina è operazione quanto mai ingenua. Il vino che rende ancora bello lo stare insieme pur dopo tanti anni e tante traversie, va attinto dal solo che lo può donare. I momenti di difficoltà, i passaggi di crisi non sono forse l’occasione per scoprire che stiamo pensando di provvedere da soli a qualcosa in cui c’è in gioco anche un Altro?

Il momento in cui più facile sarebbe la scappatoia della presa della distanza, è in realtà il momento in cui dobbiamo riconoscere di aver rincorso delle illusioni e perciò abbiamo bisogno di iscriverci alla scuola dell’amore. Talvolta può persino accadere che, per la forza di questo amore che attinge alla sorgente vera dell’amore, l’unità della coppia sia infranta ma l’appartenenza non ne è intaccata. Quando si arriva a dire: io ti amerò per sempre, anche se tu dovessi scegliere di andare con un altro/a, non è forse il segno più grande di una appartenenza che non viene meno anche se non si condivide più né il talamo né la mensa? Un amore così fa venire i brividi, è vero, ma così è l’amore con cui Dio ci ama e questo è l’amore di cui Dio ci costituisce sacramento.

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