Dio con noi – SS. Trinità

Lo chiamerai Emmanuele, Dio con noi… Così l’angelo si era rivolto a Giuseppe annunciando la nascita di Gesù.

Il volto di un Dio di comunione e di vicinanza: è questo il volto di Dio che a noi è dato contemplare mentre quasi con timore proviamo a scrutarne il mistero in questa festa della Trinità. Dico “con timore” perché mi pare ci appartenga fin troppo la presunzione di imprigionare Dio nelle angustie di formule, dogmi e definizioni. Quasi avvertissimo che è un’affaire da concludere, da cristallizzare così da poterlo studiare, spiegare, manipolare, gestire a nostro piacimento. A lungo abbiamo preteso di adeguarlo alla nostra comprensione intellettuale e di ridurlo alle nostre parole razionali. Dio come qualcosa da comprendere in maniera convinta giungendo persino a combattere contro chi potesse pensarla diversamente.

Imprigionato Dio, abbiam finito per pensare che suo intento sia quello di imprigionarci. Mentre la Parola ci rivela un Dio che è al di là di tutte le nostre parole ed espressioni. Persino oltre ciò che di lui pure abbiamo già conosciuto. Oltre la nostra comprensione sempre inadeguata, giacché egli non cessa di rivelarsi e farsi conoscere sotto sembianze inedite. Molto più comodo avere a che fare con un Dio “prevedibile”.

Invece, l’esperienza di fede d’Israele prima e di Gesù poi non si è mai preoccupata di “spiegare” Dio: lo hanno riconosciuto nei gesti che egli ha compiuto. Sempre imprevedibili quei gesti: potrà forse darci pane da mangiare? si chiede scettico Israele nel deserto. E sempre gesti di vicinanza e di comunione: quale Dio è stato così vicino? Interroga pure i tempi antichi, propone il Deuteronomio.

Un Dio che si compiace di abitare tra gli uomini, che ne ricerca la compagnia, ne condivide il cammino non sempre lineare. Si udì mai cosa simile a questa? chiede stupito Mosè al suo popolo. Crolla tutto l’immaginario religioso costruito proprio sulla distanza della divinità, distanza da colmare solo con appositi riti, sacrifici, gesti. Qui, invece, è tutto capovolto: la distanza è colmata non già da un rito ma da Dio stesso.

Addirittura un Dio che si sceglie un popolo di appartenenza il quale non ha nessun titolo di vanto: la più piccola tra le nazioni.

Un Dio che per dire di sé non ha altro modo se non il riferirsi a gente del popolo che si era scelto: il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe.

Un Dio che parla al suo popolo come un uomo con un altro uomo.

Un Dio che assume la condizione stessa del suo popolo fino a diventare uno di loro nel Figlio Gesù.

Un Dio che restituisce fiducia persino a chi non riesce a ricambiare se non con l’incredulità: quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.

Un Dio che attesta di essere con noi tutti i giorni. Una presenza mai intermittente: lo aveva già attestato al re Davide: sono stato con te dovunque sei andato. Anche nei giorni e nei luoghi della lontananza, anche nei giorni della “non fede” come il vangelo attesta.

Un Dio che continuamente prende l’iniziativa e fa il primo passo: si avvicinò.

Un Dio che accetta persino il dramma del rifiuto del suo amore sconfinato. E nondimeno rilancia la possibilità di stabilire alleanza.

Un Dio che si nutre di relazione: con voi… fino alla fine del mondo. Anche quando noi non dovessimo essere con lui. A salvarci, infatti, non è anzitutto qualcuno che è per noi ma con noi. Un Dio che non ci ritiene stranieri ma familiari, addirittura figli.

Prima di andarsene Gesù dirà di aver compiuto tra noi tutto quanto ha visto fare dal Padre. E cosa ha visto fare nella relazione tra Padre, Figlio e Spirito Santo se non il rispetto reciproco, una tenerezza da condividere, il rifiuto dello spirito di dominio, la pratica di un’accoglienza della diversità senza pretesa di omologazione, l’uscita da una logica di autosufficienza per dare spazio all’altro?

Quando lascerà i suoi, il Signore Gesù li costituirà prolungamento della rivelazione di quel volto. Cos’altro vorrà dire quel battezzare se non introdurre, immergere nell’esperienza di un amore come quello che egli stesso ha incarnato tra noi? Segnarsi nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo significa strappare i nostri giorni alla casualità e alla disperazione per riconoscere che anche allora qualcuno continua a offrire se stesso per noi e a ridare fiducia.

Grande il compito che Gesù affida ai suoi. Creare occasioni dove la diversità sia riconosciuta e valorizzata proprio come nella Trinità. Non è un caso che non siamo battezzati nel nome di un Dio generico, ma nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Nel nome di una relazione che non viene mai meno.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.