Il frutto dello Spirito – Pentecoste

PentecosteAnche voi mi date testimonianza…

Un giorno, entrato nella sinagoga di Nazaret, Gesù aveva preso il rotolo del profeta Isaia e aveva fatto di quelle parole il suo programma di vita, fino in fondo. Ora, nel giorno di Pentecoste, lo consegna alla comunità cristiana perché ne faccia il suo progetto. E sappiamo come la prima comunità di discepoli lo abbia fatto suo: fino al dono della propria vita, realizzando le parole pronunciate da Gesù alla vigilia della sua passione (anche voi mi renderete testimonianza).

E a noi? Quale testimonianza è chiesta? Da ciò che sentiamo dai media sappiamo di come, per tanti nostri fratelli di fede, si riproponga la possibilità del martirio pur di non venir meno alla loro fede. Tuttavia, c’è un altro tipo di testimonianza che tutti siamo chiamati a rendere. Ce l’ha tratteggiata Paolo nella lettera ai Galati quando parla del frutto dello Spirito Santo.

Che cos’è un frutto? Biologicamente, esso è l’ultimo stadio della vita e si riproduce con il concorso di diversi elementi. Esso è assente quando manca la vita. Il frutto dello Spirito Santo è, perciò, il risultato di una vera vita in cui scorre la linfa stessa del Signore Gesù. Noi non siamo in grado di produrre frutto (esso, infatti, è dello Spirito), ma siamo in grado di manifestarlo se e nella misura in cui lasciamo agire lo Spirito in noi. Se questo accade, quali sono i segni?

Amore: non si tratta del sentimento dell’amore ma della capacità di rendere effettivo il bene verso qualcuno. È la capacità di voler bene all’altro così come Dio stesso lo ama. Perché ciò possa accadere è necessario lasciarsi pervadere cuore, pensieri e gesti dalla tenerezza divina che rende l’animo dell’uomo cordiale. Esso si esprime con la cordialità, con la disponibilità a pensare bene, a parlare bene e ad agire bene: chi ha un cuore grande, trova sempre parole e gesti adatti ad esprimere il bene. L’amore, quello vero, è volere il bene per il bene, proprio come Dio.

Gioia: chi di noi non è alla ricerca della felicità? La gioia non è qualcosa che si ottiene grazie a determinate azioni. Si tratta piuttosto di uno stato d’animo che accompagna ciò che compiamo: non a caso essa ci sfugge proprio quando essa diventa il fine di ciò che facciamo. Essa nasce dalla certezza di custodire in noi la presenza del Signore. Per questo non coincide con l’assenza della sofferenza o della tribolazione. Essa è l’atteggiamento del facilitatore, la capacità di rendere contenti facendo gustare il bene.

Pace: è ciò che ci permette di non cadere preda dell’ansia. Coincide con quella sensazione propria di quando ci sentiamo a nostro agio in un luogo o con una persona. A nostro agio con Dio quando è placata l’inquietudine del cuore, a nostro agio con gli altri quando le relaziono sono costruttive, a n ostro agio con noi stessi perché lieti di quello che siamo e di quello che abbiamo. Chi è in pace è in grado di semplificare le cose, di smussare gli aspetti spigolosi e di mitigare le tensioni.

Longanimità: è la misura stessa di Dio il quale, pur avendo tutte le ragioni per ripagare l’uomo con una reazione di sdegno, lo tratta, invece, con pazienza, concedendogli ulteriori possibilità di vita e di riscatto. Essa non si lascia abbattere dalle avversità, ma tutto vive con rinnovato slancio, perseverando nel proposito del bene. Si esercita nell’espressione più alta quando si prega per i propri persecutori e per chi ci ha fatto un torto. È la capacità di investire senza la pretesa di vedere subito il risultato.

Benignità: è la capacità di stringere rapporti reciproci di amicizia, la capacità di mettere a proprio agio. Essa si manifesta come sollecitudine nel mostrare interesse e stima verso l’altro, anzitutto nel parlare, quando, aprendo la bocca, uno rivela se stesso. Non si può gettare in faccia all’altro una verità. Si esprime pure come ospitalità verso chi è nel bisogno. Essere affabili comincia dal sorriso sincero e da un tratto gentile e rassicurante.

Bontà: ossia la capacità di vincere il male con il bene.

Fedeltà: la capacità di perseverare senza lasciarsi condizionare dal capriccio del momento. Dar fiducia agli altri, confidare nella loro parola.

Mitezza: non lasciarsi trasportare da una reazione sproporzionata, non essere travolti dall’impeto di una passione irrazionale. Se, talvolta, può essere necessario manifestare la propria rabbia per qualcosa che ci ha colpito (anche il Signore si adira di fronte ai mercanti del tempio), è compito della mansuetudine regolare il modo in cui esprimerla secondo verità e nella carità. Scrive il nostro san Benedetto che chi è costituito guida di altri “studeat plus amari quam timeri” (abbia cura più di farsi amare che temere). La mitezza rompe il circolo vizioso che vorrebbe risolvere l’ira con altra ira.

Dominio di sé: non si tratta soltanto della capacità di tenere a freno il proprio istinto di potenza, ma anche di riuscire a tenere a freno ogni forma di concupiscenza (degli occhi, della carne, della superbia della vita).

Il frutto dello Spirito è il solo in grado di spiazzare ogni forma di devianza nella storia:

l’amore, infatti, vince l’odio, la gioia debella la tristezza, la pace disarma l’aggressività, la pazienza neutralizza la nevrosi, la benevolenza elimina l’intolleranza, la bontà disintegra l’egoismo, la fedeltà scardina il voltafaccia, la mitezza annienta l’arroganza, il dominio di sé, aiuta ad avere un giusto rapporto con la propria vulnerabilità.

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