Camminare “secondo” lo Spirito – Pentecoste

Un invito attraversa questa liturgia: camminare secondo lo Spirito. Cosa può significare?

Solitamente, quando si parla di “vita spirituale” si finisce per pensare a un’esistenza lontana dalla materialità del vivere quotidiano. Ma è davvero così? La vita spirituale è una esistenza che si lascia condurre dallo Spirito (Gal 5,18), un’esistenza informata dal dono di Dio che rende responsabilmente liberi di agire secondo la logica dell’amore. Non è una norma a farci agire eticamente ma lo Spirito effuso in noi.

Se è vero che lo Spirito abita in noi (cfr. Rom 8,9), lasciarsi guidare da lui significa far sì che giorno dopo giorno, egli plasmi i tratti della vita stessa del Figlio di Dio.

Proprio come la vita fisica anche la vita spirituale conosce una vera e propria crescita. E come ogni crescita che si rispetti essa ha a che fare con il tempo e, perciò, con la pazienza.

Proprio la vita che cresce e porta frutto è il segno di Dio. Perciò il primo “sì” dell’uomo a Dio, prima ancora che a una vocazione specifica, è un “sì” alla vita, alla crescita. Ma questa vocazione non ha un esito scontato.

Israele esita di fronte alla prova del deserto e comincia a rimpiangere la sicurezza della schiavitù (Nm 14; Es 16); Pietro esita a camminare sulle acque (Mt 14,22); Nicodemo è turbato di fronte alla chiamata a rinascere dall’acqua e dallo spirito (Gv 3); il giovane ricco rifiuta di lasciare il bozzolo protettore delle sue ricchezze umane e spirituali per rischiare l’avventura della crescita (Lc 18,19).

Ora, non si cresce da soli, si cresce soltanto in una relazione accordando la propria fiducia ad una parola. Lo stesso accade nella mia relazione con Dio. Incontrare Dio è sempre un’avventura piena d’imprevisti in cui occorre continuamente accettare di perdere colui che si credeva di aver trovato. La fedeltà alle esigenze dell’amore conduce, non poche volte, a fare l’esperienza della notte.

Crescere in una relazione comporta accettare le morti che l’incontro con l’altro mi fa vivere.

La crescita, poi, avviene soltanto nel tempo, dunque nel rifiuto dell’immediatezza e nella rinuncia alla pretesa del tutto e subito. Il presente è senz’altro il luogo della conversione: “oggi è il giorno della salvezza”. Ma il presente assume un significato cristiano solo se è riferito ad un passato che mi testimonia la fedeltà di Dio e si apre su un avvenire di promesse. Per crescere nello Spirito bisogna vivere il presente nel ringraziamento e nella speranza o, meglio, bisogna vivere i tre aspetti del tempo – passato, presente e futuro – nel fare memoria, nell’accoglienza e nella speranza.

Noi siamo nati in una tradizione cristiana e quindi abbiamo ricevuto la fede dentro questa tradizione. Per crescere occorre passare da questa tradizione a una fede personale, all’incontro con Gesù Cristo che si rivolge a noi in una chiamata che va oltre le tradizioni.

È normale ed è bene che io mi attacchi ai doni di Dio, a quel sovrappiù di significato che Dio apporta alla mia vita, alle consolazioni di Dio. Ma la crescita spirituale deve condurmi a cercare Dio per Dio, al di là di ogni consolazione sensibile, nell’unica preoccupazione di essere disponibile alla volontà di Dio. Io avrò allora soltanto un desiderio: di potere, in vita e in morte, rimettere tutto nelle mani di Dio.

Se si volesse descrivere in una frase il percorso della crescita secondo il Vangelo, bisognerebbe dire che essa va sempre dalla santità desiderata alla povertà offerta.

Tutto comincia con il desiderio della santità. È questo dinamismo che ci mette in cammino. La vita, poi, si incarica di rivelarci la parte di sogno e di illusioni che può comportare un tale desiderio. E dato che non siamo quello che avremmo desiderato, siamo tentati di rassegnarci a essere soltanto quello che siamo.

Ragionare così significa confondere la perdita delle nostre illusioni con la morte della chiamata. Questa purificazione dolorosa delle nostre sufficienze e delle nostre illusioni è necessaria perché noi possiamo sentire l’appello alla maturità, alla santità non più desiderata nella ricerca della nostra perfezione, ma vissuta nell’offerta della nostra povertà.

Sì, è vero, noi non siamo quello che avremmo voluto essere; la vita ci ha rivelato le nostre debolezze e i nostri limiti; lo Spirito ci ha condotto per strade che non erano quelle che noi avevamo previsto; il peccato ci ha fatto trascurare le sorgenti della vita e ci ha condotti alle fontane screpolate presso cui abbiamo indugiato. Dio solo sa il tempo, le energie e le occasioni che abbiamo sciupato! Ma Dio ci resta fedele, e per farci crescere ha bisogno solo della nostra umile disponibilità ad accoglierlo come lui si rivela e non come io avrei pensato-desiderato si rivelasse.

Noi non siamo il discepolo modello che avremmo voluto essere, ma possiamo essere la debolezza, la fragilità in cui si fa esperienza dell’amore di Dio, la povertà trasfigurata dalla potenza della grazia. E per questo occorre e basta che noi offriamo a Dio questa povertà. È proprio qui il punto di arrivo di ogni crescita autenticamente umana e spirituale: “nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).