Comunione è comunità – Convegno Caritas diocesana – Potenza 17 maggio 2018

Introduzione

Il tema del Convegno annuale di Caritas diocesana suggerisce una sorta di viaggio nel mistero santo del nostro Dio che noi adoriamo come comunione di persone. Trovo questa scelta non casuale. La Caritas diocesana ha voluto che puntassimo la nostra attenzione non anzitutto su un aspetto specifico del nostro servizio, ma che ritrovassimo motivazioni e forme del nostro operare. Il rischio, infatti, è che possiamo anche sbilanciarci con generosità nel far fronte all’una o all’altra emergenza, smarrendo, però, le ragioni che ci spingono a fare questo.

Papa Francesco, in occasione della sua visita sulla tomba di don Tonino Bello lo scorso 20 aprile, ha riportato su Twitter una celebre espressione di quel pastore profetico:

“Non bastano le opere di carità, se manca la carità delle opere”.

Non dice: “non servono”, ma “non bastano”.

Don Tonino Bello precisava così:

“Se manca l’amore da cui partono le opere, se manca la sorgente, se manca il punto di partenza che è l’Eucaristia, ogni impegno pastorale risulta solo una girandola di cose”.

È significativo che, nel vangelo di Lc, la parabola del Buon Samaritano sia seguita subito dalla visita di Gesù in casa di Marta e di Maria e dall’insegnamento del Padre nostro. È importante l’aiuto e l’amore verso il prossimo ma ricorda che ti rimarrà difficile essere buon samaritano se non entri in relazione con colui che è il buon samaritano della tua vita, se prima non fai l’esperienza di essere stato curato e amato dal tuo buon samaritano che è il Signore.

Se non si parte dall’ascolto e dalla preghiera potremo realizzare tante cose, ma agitandoci e rinfacciando acidamente come Marta che finisce per perdere di vista il motivo per cui si dà da fare; dopo un po’ ci stancheremo e, venuta a mancare la motivazione di fondo, si arriverà a facili abbandoni.

Il discepolo di Gesù non è un filantropo ma un uomo, una donna che avendo fatto per primo l’esperienza dell’amore di Dio per lui/lei, non può trattenere per sé quello che a sua volta ha ricevuto.

La nostra condizione di partenza: “l’inverno dei volti”

Patiamo sulla nostra pelle tutti i sintomi di una malattia che a tratti sembra addirittura incurabile: la solitarietà. Siamo non soli ma solitari.

A ragione, credo, O. Clément (1921-2009), scrittore ortodosso, parla di “inverno dei volti”. La lontananza e l’incomunicabilità sembrano essere il pane quotidiano di tante nostre giornate mentre registriamo la paura dell’altro, chiunque esso sia. Ci ritroviamo, ahimè, anche noi a dover ammettere che “l’inferno sono gli altri”, come scriveva J.P. Sartre. Non è forse vero che abbiamo paura di incrociare lo sguardo altrui? La paura finisce per trasformare lo sguardo in forza di dominio o in rifiuto di comunicazione.

Qual è per molti la casa “ideale”? Quella delimitata da muri, siepi, cancelli, protetta da sguardi indiscreti, difesa da porte blindate, allarmi e congegni elettronici.

Macario il Grande, un monaco del IV sec., definiva gli uomini come

«prigionieri incatenati in modo tale che non possano mai guardarsi in volto».

Incapaci come siamo di guardarci negli occhi, smarriamo la nostra identità e la capacità di comunicare. Cosa accade? Che indossiamo delle “maschere” smettendo i volti: pensiamo alla terribile omologazione che ci vuole tutti uguali da New York a Città del Capo.  Nell’antica Grecia lo schiavo veniva definito con questo termine: aprosopos, ossia colui che non ha volto. Se questa è la situazione, O. Clément parla di una vera e propria «crisi della bellezza».

Non poche volte sotto la paura dell’altro si nasconde una paura ben più radicata e non facile da riconoscere: la paura di se stessi, la paura di non essere riconosciuti e apprezzati, l’angoscia di essere brutti e, perciò, di non piacere.

Finché non si recupera la bellezza della propria identità, sarà impossibile riconoscere la bellezza del fratello.

Ecce homo: via alla bellezza

Se questa è la nostra condizione di partenza, esiste una via che ci faccia conoscere la nostra vera bellezza? Dirci che dobbiamo accettarci come siamo non convince nessuno. Che cosa, chi permette di farlo di approdare alla nostra bellezza?

Colui che ci indica la Via per la vera bellezza è Gesù Cristo. Quando Pilato consegna Gesù alla folla, senza saperlo sta indicando la verità dell’uomo: Ecce homo. L’uomo vero è Gesù Cristo e Gesù Cristo Crocifisso. Cristo l’uomo all’uomo svela.

GS 22:

«In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo … Cristo, che è l’Adamo definitivo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione».

Gesù Cristo è la verità dell’uomo e lo è con la sua vita, la sua storia, la sua persona.

La Trinità specchio dell’uomo

Perché Gesù Cristo è la verità dell’uomo? Rivelandoci il volto di un Dio che è Trinità, che è comunione di persone, ci ha rivelato il mistero della nostra identità!

Pavel Florenskij (1882-1937), teologo ortodosso, ebbe a scrivere

“Il nostro programma sociale è la Santissima Trinità”.

Ci crediamo poco, in realtà, perché siamo tutti un po’ figli di Kant, il quale sosteneva che

“dalla dottrina della Trinità presa alla lettera, non è assolutamente possibile trarre nulla per la vita pratica”.

Vorrei, perciò, che a illuminare il nostro discorso sull’uomo a partire dal “Volto di Dio”, sia l’icona della Trinità di sant’Andrej Rublev (1360-1430 c.a.).

La trinità di Rublëv

Che cos’è la Trinità? La Trinità è lo specchio dell’uomo. Noi crediamo che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Se vogliamo comprendere qualcosa di noi è, dunque, necessario contemplare l’«originale» per cogliere la Bellezza racchiusa in noi: solo in questo modo noi «diventiamo comprensibili a noi stessi» (Pascal).

Ora, quando ci si colloca dinanzi ad una icona, l’unico esercizio da compiere è contemplare, ossia lasciar parlare l’icona stessa, lasciarsi guardare, permetterle di rivelarci. Questa icona, mentre si parla, ci rivolge un invito, l’invito ad entrare e a prendere posto a mensa. Si tratta di un banchetto aperto: il lato rivolto verso di noi, il quarto, è libero, è un vero e proprio invito ad entrare, sedersi e stare con la Trinità.

Se guardiamo bene le tre persone dell’icona, ci accorgiamo che esse sono tre persone uguali e distinte, perfettamente in comunione.

Alla luce di questa rivelazione di Dio si può scoprire anche la bellezza del volto umano.

– Uguali

Tutti e tre hanno lo stesso volto: non è uno sbaglio dell’autore. Il volto è quello del Figlio perché Gesù è l’unico Volto divino che abbiamo visto. Lui rivela e manifesta il volto del Padre (Gv 14,9: «Chi vede me, vede il Padre») ed ha insegnato che lo Spirito Santo plasma l’uomo, riportandolo alla somiglianza con il Figlio perduta a causa del peccato.

Tutti posseggono il bastone del pellegrino che rappresenta lo scettro del potere divino; tutti portano un manto azzurro che rappresenta la comune natura divina. Sono tutti e tre Dio. Ecco l’uguaglianza!

– Distinti

Uguali, sì, ma nello stesso tempo, rimangono inconfondibilmente distinti.  A differenziarli è il gioco dei colori degli abiti.

Nell’angelo centrale, azzurro è la veste superiore che ricopre l’abito marrone segno dell’umanità e della passione. È Gesù, il Figlio! L’azzurro sta “sopra” proprio ad indicare che Lui è la manifestazione della divinità, è lui a far vedere Dio all’uomo.

Alla sinistra di chi osserva, invece, il Padre, di cui s’intravede appena il mistero della divinità, celato da un manto d’oro.

Anche nello Spirito Santo l’azzurro della divinità è celato, ricoperto dal verde, dal colore della natura e della vita, segno del creato in cui è all’opera.

A caratterizzarli è poi la posizione: il Figlio e lo Spirito Santo si chinano maggiormente verso il Padre e con loro, alle spalle, anche l’albero e la roccia sono coinvolti in questa prostrazione, come se tutto il mondo fosse unito all’adorazione del Padre.

Per quanto uguali, dunque, ognuno rimane inconfondibile (inconfuse). Questo dice la singolarità delle persone.

L’uomo imago Dei: antropologia trinitaria

Uguali e distinti: ecco il volto di Dio. Questa è la bellezza della comunione divina e in essa si specchia la bellezza dell’uomo. Chi è l’uomo, dunque?

Noi uguali: insopprimibile dignità

Abbiamo accettato di stare non di fronte ma “dentro” l’icona. Proprio stando seduti a questa mensa e vedendo che tutti e tre i commensali hanno lo stesso volto, gli stessi lineamenti, si insinua subito un dubbio: «Com’è il mio volto? Non avrò anch’io lo stesso volto? Non avrò anch’io il volto del figlio?!?».

Non si tratta di una suggestione: quando Dio mi creava aveva davanti a sé l’immagine del Figlio. Ecco la vera bellezza che va oltre i nostri canoni estetici secondo i quali molti sarebbero esclusi. Io porto in me i tratti del Figlio di Dio! Questi tratti non potranno mai essere smarriti, neppure quando, come il figlio minore di Lc 15, dovessi andarmene di casa fino ad arrivare a stare con i porci.

Gesù Cristo rivela il mistero del progetto del Padre e, così, disvela la verità, la bellezza dell’uomo. L’uomo è creato ad immagine di Dio: ecco la buona notizia! Occorre lasciarsi rivelare da Dio la bellezza che c’è in noi!

Per questo la Trinità si rivela specchio per l’uomo. Ecco la dignità dell’uomo: anche noi tutti siamo uguali! E non semplicemente perché abbiamo la stessa natura umana, ma molto più perché siamo tutti creati ad immagine del Figlio.

Se questa bellezza niente e nessuno potrà mai cancellarla, non potrò guardare in questo modo l’altro, finché non avrò imparato a guardarmi come mi guarda Dio.

Noi distinti: la bellezza della singolarità

Se l’uguaglianza dei volti esprime la bellezza e la dignità insopprimibile che c’è in ogni uomo, la diversità di ciascuno esprime, invece, la singolarità delle persone: inconfondibili. L’icona dice a ciascuno: «Tu sei inconfondibile: unico, “distinto”».

Eppure, nonostante questo annuncio liberante, siamo tutti vittime della tentazione di “diventare come” gli altri, di assomigliare a qualcuno, perdendo la ricchezza unica che si ha in sé. Se sono “immagine di Dio”, perché voglio essere, invece, “la brutta copia” di qualcun altro? Perché l’angoscia del confronto? Per questo l’altro appare un avversario, non un fratello; un ostacolo, non un figlio di Dio.

Ma non dimentichiamo che l’icona non parla solo di ciascuno di noi. Se è vero che io sono inconfondibile, lo sono anche gli altri e la loro diversità non è un ostacolo, ma un dono. Qual è l’originalità che c’è nel fratello?

Da precisare che il fratello è semplicemente “altro”: in questo sta la sua originalità e bellezza: né migliore, né peggiore. Semplicemente diverso! Siamo distinti, ossia semplicemente diversi; né migliori né peggiori. Siamo noi, invece, a mettere gli aggettivi: fratello “maggiore” e fratello “minore”, figlio “prodigo” e figlio “obbediente”. Il Padre, invece, vede solo figli. Finché non si scopre l’originalità che si ha in sé non si riuscirà ad accogliere serenamente quella degli altri. La nostra prima vocazione è proprio quella di custodire l’originalità del suo volto.

La bellezza della comunione

Proprio alla luce di quanto crediamo di Dio, scopriamo anche la bellezza dell’uomo, che include l’alterità: la diversità di ciascuno è fatta per la comunione. L’uomo è fatto per la relazione.

La diversità del maschio e della femmina non è ostacolo ma il compimento dell’uomo!

Quando la Parola di Dio deve dire chi è l’uomo lo coglie come un essere in relazione con Dio, con il mondo, con l’altro da sé (Gen 2,24-26). L’uomo si dà solo nella trama di queste relazioni. Sottolineo: l’uomo è relazione, non ha delle relazioni. Se manca Dio, il mondo e l’altro da me, io non so più chi sono.

Se l’uomo è relazione, la relazione si vive nella comunione. Non è un caso che in Gen 2,26 si affermi: “per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola” (v. 26). Ecco perché l’alterità è per me bellezza!

Il peccato: solitudine e divisione

Se così stanno le cose, riusciamo a comprendere meglio la natura e la drammaticità del peccato. Il peccato è la rottura della relazione. Esso ci divide da Dio, dagli altri e, paradossalmente, ci divide anche in noi stessi (cfr. Rom 7). Quando la Scrittura deve dire chi è satana lo chiama dia-bolos: il divisore! E, infatti, l’effetto del peccato è proprio la divisione e la solitudine.

Ubi peccata ibi multitudo – scriveva Origene – e Massimo il confessore considera il peccato come una separazione, una frammentazione o peggio una individualizzazione: «Satana ci ha dispersi» scrive san Cirillo.

Dopo aver narrato la nascita del legame uomo/donna (Adamo ed Eva) e quello genitore/figlio (Adamo, Eva e Caino), ad un certo punto la Scrittura racconta quella di un nuovo legame: l’essere fratello. È Abele a rendere fratello Caino.

Se l’uomo e la donna sono attratti dall’eros fino a riconoscere di essere l’uno per l’altro un aiuto per farsi compagnia e per generare, se il rapporto genitori-figli è garantito dall’attrazione del sangue, che ne è, invece, del rapporto tra fratelli? Perché cercarsi? Perché volersi bene? Di fatto, le loro diversità costitutive, la storia (uno più grande e uno più piccolo), le qualità e gli interessi (uno accudisce la terra mentre l’altro è pastore) non diventano mai un’attrazione. Non basta neppure il fatto che siano stati formati dallo stesso grembo materno, se è vero che si può litigare anche là come attesta la vicenda di Giacobbe ed Esaù. Non basta neppure il concepire i rapporti in maniera complementare: tu mi dai le pecore e io i frutti della terra. Gli interessi, infatti, non creano mai comunione stabile e, sulla lunghezza, provocano divisioni violente.

E, infatti, quello che era un clima si serenità si trasforma ben presto in tragedia. Per quale motivo? Perché Dio aveva gradito in modo diverso l’offerta di Abele rispetto a quella di Caino.

L’ostilità tra fratelli nasce dalla lotta per la stima, per il riconoscimento di sé. Se andassimo alla radice, infatti, scopriremmo che la stima che ci manca è proprio quella che soltanto il Padre celeste può donarci. La stima che ci manca è cercata così nei nostri simili, mancando quella stima, cerchiamo di provvedere da soli.

La presenza del fratello ti ricorda che non sei l’unico. Il fratello ti toglie l’articolo: sei unico, ma non l’unico. Il fratello rappresenta la più grande sfida a vivere decentrati. La tentazione più grande è quella di ritornare ad essere l’unico annullando il fratello che è considerato causa del mio malessere. Il fratello, dunque, può essere percepito come un’ingiustizia. Tanto più che a volte egli è elogiato per delle qualità che tu non hai e che tu consideri migliori delle tue.

Sono questi i tormenti interiori in cui si giocano i drammi della fraternità.

Gesù: l’Unigenito, il Primogenito, l’Ultimogenito

Solo Gesù riprenderà la storia là dove si era interrotta. Se Caino vede la nascita di Abele come ferita alla propria pienezza e perciò è da eliminare, Gesù, l’Unigenito Figlio del Padre, invece di tenere per sé questa ricchezza (l’unicità e l’eredità di figlio unico), ci rinuncia diventando Primogenito di molti altri fratelli. In questa maniera viene a guarire la percezione che ogni Caino ha del fratello come limite, impoverimento, ferita. Gesù non si lascia dominare dall’istinto della paura sempre accovacciato alla porta del cuore, ma nel riconoscere e accogliere il fratello come ricchezza.

Non solo, Gesù si spinge oltre. Diventato Primogenito di molti fratelli, giunge persino a rinunziare al suo diritto di primogenitura. Le nostre lotte sono sempre lotte per la primogenitura: siamo continuamente in conflitto per essere sempre più dell’altro. Gesù da Primogenito diventa Ultimogenito: primogenito come Caino diventa come Abele, l’ultimogenito messo a tacere. Ecco perché dicevamo che la fraternità è dono pasquale e nasce dalla morte del fratello. Non ci sono tormenti nel cuore e conflitti irriducibili nella comunità solo se si sceglie di essere ultimogeniti.

In che modo Gesù guarisce la radice della ferita del fratello? Caino era stato distrutto dal dubbio di non poter credere che Dio lo amasse dal momento che non gli aveva dato tutto, riservando qualcosa ad Abele. Gesù sceglie di vivere da fratello senza potere, fratello che perde, fratello sconfitto, fratello dal volto sfigurato (cfr. Zc a proposito delle ferite ricevute in casa dei suoi fratelli), che continua a fidarsi e a credere nell’amore del Padre. Per Gesù la strada della pienezza non è quella che ti pone sopra il fratello ma ai suoi piedi.

Il vertice di questo cammino Gesù lo raggiunge nel perdono sulla croce, là dove il fratello si manifesta come colui che ti toglie la vita, l’unica che hai. In quel momento la tentazione di sottrarci alla comunione è dietro l’angolo. Neanche sulla croce Gesù si sottrae. Resta sulla croce chiedendo perdono per i suoi uccisori: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Questo è il perdono dell’uomo Gesù, un perdono che non crea separazioni: io il buono che vengo ucciso e loro i cattivi che uccidono. Un perdono che vuole mantenere la comunione anche con coloro che uccidono. Il gesto di Gesù fonda per noi la possibilità di dichiararci fratello di ogni uomo, anche di chi rinnega questo legame e giunge a togliere la vita.

Sotto la croce gli si griderà: “Se sei Figlio di Dio scendi…”. Cosa c’è in queste parole se non un invito a tornare ad essere il Primogenito?

La comunità si costruisce a partire da una posizione di grandezza che si contrae, di forza che protegge e non schiaccia, di debolezza che rischia.

 Dall’individualismo alla comunione

Quali sono gli atteggiamenti di ogni buon costruttore di comunità?

  1. Creare legami positivi. Tutti cresciamo attraverso le attenzioni che ci offriamo gli uni gli altri in un clima di gratuità. Creare vincoli positivi significa sviluppare la capacità di prendersi cura dell’altro;
  2. generare speranza. È la capacità dell’uomo maturo che invece di cercare soluzioni magiche davanti a desideri, inquietudini, gioie, fatiche, affronta la vita con la capacità di stare al pezzo, attraverso il lavoro assiduo e l’impegno cordiale, utilizzando per questo tutto di se stesso (mente, cuore, sentimenti, volontà). Per fare questo è necessario abbandonare le nostre fantasie o i nostri discorsi deliranti, come pure le nostre lamentele o nostalgie; vincere la paura e accettare di camminare anche nella fatica e nel dubbio, cercando di canalizzare le nostre energie migliori verso un progetto di vita;
  3. circoscrivere il dolore e accogliere la vita. Capita sovente che l’altro non soddisfi le mie aspettative; qualche volta un progetto su cui avevamo puntato fallisce; qualche volta può accadere di perdere uno dei fratelli su cui pure avevamo fatto affidamento. La maturità di una comunità si misura dalla sua capacità di attraversare queste situazioni di morte con maturità. Avere un perché nella vita ci aiuta certamente a trovare il come sopportare un momento di prova o di fatica. Ma noi ce l’abbiamo ancora un perché?

Percorsi possibili

Consegno a voi e a me tre linee portanti di carattere antropologico, che ci aiutano a comprendere meglio il significato e la portata della comunione tra noi.

 Valorizzazione dell’umano

Per essere in comunione è necessario incrementare alcuni valori umani che stanno alla base di sane e profonde relazioni fraterne:

  • lo spirito di familiarità e di reciproca amicizia;
  • la cortesia, che nasce dalla convinzione della dignità della persona del fratello, nel quale è presente lo Spirito di Dio, e che porta a prevenirsi nella mutua carità;
  • il senso umoristico, la «giocondità dello spirito», segno evidente che nella persona c’è un equilibrio interiore, senza complessi ne repressioni;
  • la prontezza d’animo nel prestarsi servizi reciproci con tutta gratuità, senza esigere contraccambio;
  • il rallegrarsi sinceramente per i risultati dei fratelli, che rivela una psiche sana, senza invidie né rancori.

Se questo accade, i valori umani acquistano una specie di valore sacramentale, di segni sensibili che facilitano l’incontro con Dio attraverso la persona del fratello.

 Corresponsabilità

È l’azione responsabile di tutti, secondo la propria identità, il proprio ruolo e le proprie capacità, in vista della realizzazione del progetto evangelico di vita. Non sono chiamato solo a rispondere alla mia chiamata ma devo fare in modo che ogni fratello sia fedele nella sua risposta. La corresponsabilità si nutre di interdipendenza e di obbedienza reciproca.

Reciprocità

Si tratta del ministero della reciprocità, in cui si conosce e si è conosciuti, si perdona e si è perdonati, si guida e si è guidati, si ama e si è amati, si aiuta e si è aiutati.

 “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).

Un sant’uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese:
«Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno» Dio condusse il sant’uomo verso due porte.
Ne aprì una e gli permise di guardare all’interno.
C’era una grandissima tavola rotonda.
Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso.
Il sant’ uomo sentì l’acquolina in bocca.
Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato.
Avevano tutti l’aria affamata.
Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia.
Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca.
Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze.
Dio disse: “Hai appena visto l’Inferno”.
Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta.
Dio l’aprì.
La scena che l’uomo vide era identica alla precedente.
C’era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l’acquolina.
Le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici.
Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro sorridendo.
Il sant’uomo disse a Dio : «Non capisco!»
– E’ semplice, – rispose Dio, – essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire sé’ stessi….ma permette di nutrire il proprio vicino.
Perciò hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri!
Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a loro stessi…

Annunci