La gloria del Figlio è la nostra – Giovedì VII di Pasqua

croce bambino‘La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro…’
Quanta fiducia nelle parole di Gesù! Alla fine della sua giornata terrena, quando rilegge la sua vicenda agli occhi di Dio, contempla l’avventura umana non come una disavventura ma come un condividere la stessa gloria conferitagli dal Padre. Io valgo lo stesso peso del Figlio, se è vero che gloria vuol dire ‘peso, portata’. Io e il Figlio: davanti al Padre lo stesso valore, lo stesso peso! Da brividi! Io, sì, proprio io, io tante volte traditore, io tante volte uomo di poca fede, io tante volte incapace di speranza, io tante volte indisponibile ad amare. Anzi, oserei dire che valgo più di lui se è vero che egli, Gesù, il Figlio, non ha esitato a mettere la sua vita a repentaglio per la mia. Nasce qui la vita cristiana: da questa consapevolezza che io rappresento per Dio un valore immenso! E noi la spacciamo per molto meno e la barattiamo per meno ancora. ‘Non ti ho amato per scherzo’, ripeterà il Signore a Santa Angela da Foligno.
Lo stile di Dio, quello che neppure una vita intera basterà per fare nostro, è lo stile di chi non custodisce nulla gelosamente ma tutto generosamente condivide. Non è forse questo il proprium della vita cristiana? Cosa dirà Paolo? “Vi ho trasmesso quello che a mia volta ho ricevuto”.
Mai autocentrato lo sguardo di Dio ma sempre rivolto verso un esterno da sé. Non si spiegherebbe la creazione, altrimenti, e non avrebbe senso la redenzione operata dal Figlio se non per degli occhi che riscattano e mettono in evidenza ciò che è altro da sé. La differenza riconosciuta e promossa.
Gesù, nella rilettura della sua esistenza ci lascia un criterio che se fatto nostro minerebbe alla base ogni forma di tensione e di arroganza. È una cosa ben diversa essere uomini contemplativi dall’essere uomini convinti. Il contemplativo è uno che continuamente scandaglia sapendo che tanto è ancora da scoprire e da apprendere, è l’uomo che apre brecce. Il convinto ha chiuso ogni contatto con la realtà perché è certo di possedere la verità delle cose e perciò erige muri. Il contemplativo si misura con la differenza promuovendola, il convinto la annienta. Dio, l’unico che potrebbe farlo, non annienta l’altro da sé ma perennemente lo riconosce facendolo essere. Da non credere!
(Antonio Savone)

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