La difficile obbedienza – Ascensione del Signore

E ora? Ora cosa succede? Perché le cose belle finiscono così, come d’improvviso? Perché il vuoto e l’angoscia dell’addio? Le separazioni non sono mai indolori. Il Natale ci aveva narrato di un Dio che aveva scelto di piantare la sua tenda in mezzo a noi anzi, di più: ci aveva narrato di un Dio che aveva fatto sua la nostra stessa condizione umana. Era diventato in tutto simile a noi, di casa tra gli uomini di cui non ha mai disdegnato la compagnia. E ora? Ora sparisce addirittura il corpo. Un corpo da venerare, sebbene morto, è pur sempre una meta verso la quale dirigere i nostri passi nell’ora della disperazione e del pianto, in quella della desolazione e dell’angoscia. Patiamo così tanto le assenze che ci appigliamo a qualsiasi cosa ci ricordi il passaggio di qualcuno nella nostra vita. Meglio un Dio di pietra, come facevano i pagani, piuttosto che solo il ricordo di una presenza.

Sì, più volte Gesù aveva annunciato la necessità della sua partenza ma nessuno immaginava accadesse così. Ora che lui non c’è più che fare? Non sarebbe meglio restare in attesa che ritorni visto che gli angeli hanno annunciato che senz’altro accadrà allo stesso modo in cui è stato visto salire al cielo? E invece no. Egli ci ha solo preceduto verso quel luogo dove ha chiesto al Padre di voler portare tutti noi: “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria” (Gv 17,24). Nessuno di noi ha come destino la morte ma la vita, non il nulla ma la vita piena, non la solitudine ma la comunione. Siamo fatti per la vita eterna che già pregustiamo nella misura in cui accettiamo di compiere la difficile obbedienza, quella di smettere di fissare inerti il cielo e cominciare a frequentare la terra. Facile a volte continuare a fissare il cielo in attesa di soluzioni dall’alto, ma quanto difficile assumere l’umile fatica del quotidiano!

Alla meta verso la quale siamo incamminati si giunge mediante la “via nuova e vivente che Cristo ha inaugurato per noi” (Eb 10,20). No, noi non facciamo navigazione a vista. Conosciamo la meta, ci è nota la via e sappiamo anche qual è la nostra responsabilità: rivestire la terra di cielo. “Sì, il cielo è qui su questa terra”, cantiamo talvolta riferendoci alla presenza reale del Signore nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Ma è anche vero che il cielo è già su questa terra quando i discepoli del Signore ne prolungano opere e gesti.

Per questo l’Ascensione non segna la fine ma il vero inizio: io ho una destinazione felice che mi permette di non assolutizzare l’istante ma di viverlo come momento imprescindibile in cui gustare già qui, già ora la grandezza e la sublimità dell’eterno. La meta è poter essere per sempre con il Signore, l’impegno è trasformare ogni incontro in primizia di ciò che saremo in pienezza nella patria che tutti attende.

Mentre prende congedo dai suoi fisicamente, il Signore Gesù assicura una diversa presenza, non meno reale di quella fisica assicurando il frutto della loro fede. Coloro che si aprono alla fede, infatti, sono in grado di:

  • scacciare i demoni: vincere, cioè, tutto ciò che finisce per separare, dividere; non vivere quella sorta di spersonalizzazione che tanto spesso fa indossare una maschera recitando a soggetto a seconda delle circostanze;
  • parlare lingue nuove: che cos’è la lingua se non lo strumento per entrare in dialogo smettendo di vivere in un isolamento autoreferenziale?
  • prendere in mano i serpenti: imparare ad affrontare tutto ciò che terrorizza e che perciò è visto solo come una minaccia e non già come occasione per stare a contatto con le proprie paure; si tratta, cioè, di evangelizzare il proprio profondo e non soltanto i propri comportamenti nella consapevolezza che tutto ciò che non è affrontato non può giungere a maturazione (quod non assumptum non redemptum);
  • bere il veleno: nessuna malizia o maldicenza potrà intaccare la solidità del cuore del discepolo; la certezza di appartenere al Signore permette di vincere ogni attacco mortifero;
  • imporre le mani ai malati e suscitare guarigione: non avere paura del contatto, non temere la relazione soprattutto quando l’altro porta i segni evidenti della fragilità. Questo sarà occasione per restituire dignità senza mai equiparare persona e malattia, persona e limite.

Sì, il cielo è qui su questa terra.

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