Continuatori dell’opera del Figlio di Dio – Ascensione del Signore

È bene per voi che io me ne vada…

Parole che avevano lasciato tramortiti i più, quando Gesù le aveva pronunciate nel contesto della cena delle consegne. Non avrebbero certo immaginato di doversi staccare dal loro Maestro o, quand’anche fosse dovuto accadere, di certo non nel modo che ne avrebbe segnato la fine. E quando accadrà, infatti, essi non sapranno fare altro che patirne la fatica e il peso, incapaci di leggere in profondità il senso di quella dipartita. Del resto, come dargli torto? Erano consapevoli della loro fragile misura: da chi andremo? Dove andremo? Cosa potremo fare noi?

È bene per voi che io me ne vada…

Una assenza, quella di Gesù, non da vivere nel rammarico o nel rimpianto, come accadrà inizialmente ai discepoli. Quella assenza, infatti, è responsabilizzante perché invita tutti i credenti ad assumersi in libertà e fino in fondo, ciò che a loro è stato conferito con il Battesimo. Lui se ne va, ma restano loro. Mc non parla del dono dello Spirito, parla invece della presenza dei discepoli come continuatori dell’opera stessa di Gesù, che è quella di un perdono accordato in anticipo, quella di una fede nel Padre e negli uomini che ci sorregga quando abbiamo l’impressione di camminare sulle acque.

È ai discepoli che viene affidato il mandato di portare il vangelo a ogni creatura. Quella che era stata una prerogativa del Signore Gesù – lui il Vangelo del Padre – ora è partecipata a chi. recatosi al sepolcro, non ha saputo misurare altro se non l’angoscia del vuoto. Fiducia accordata a chi trova impossibile che un morto torni a vivere e a parlare. Ed è un incarico che non conosce esclusivismi: non è qualcosa per iniziati. Esso è da portare ad ogni creatura. Da subito il vangelo allarga gli orizzonti riscattando ogni tentazione di fuga intimistica. La possibilità di aprirsi a un Dio che gratuitamente si dona, è offerta ad ognuno: basta essere uomini e donne per avere diritto a questo annuncio, quale che sia la religione e la cultura, la fede o la non fede.

Non imbalsamatori di cadaveri (come avevano creduto di fare le donne in buona fede il mattino di Pasqua) ma inviati perché altri riprendano a sperare: questa l’identità dei discepoli. Il ridare speranza è il segno della sua presenza continuata in mezzo agli uomini: questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono. Questi, non altri: e sono segni di vita non mortificata ulteriormente. Quanto dovremmo chiederci se davvero il nostro annuncio del vangelo è sulla linea di una vita che si espande in pienezza.

C’è una vita prima della morte che vale la pena vivere nella pienezza. Per questo ai discepoli sono affidati compiti che hanno a che vedere con tutto ciò che minaccia la vita: scacciare tutto ciò che minaccia la dignità di una persona, imparare nuovi modi di comunicare, superare tutto ciò che paralizza riuscendo persino a guardare in faccia le proprie paure, i sensi di colpa, il rimorso che opprime, non rimanere preda dei morsi del risentimento o dell’inimicizia, adoperarci per lenire le ferite nel gesto della tenerezza. L’annuncio del vangelo ha a che fare inscindibilmente con la liberazione da quelle forze oscure che minacciano il cuore dell’uomo. La vita può ripartire anche là dove sembra irrimediabilmente compromessa.

La prospettiva che Gesù pone davanti ai suoi discepoli non è quella di un mondo finalmente libero da serpenti, veleni e demoni, come troppo ingenuamente abbiamo pensato noi cristiani immaginando una fede che ci collocasse fuori da un contesto minaccioso. La prospettiva è quella di vivere fiduciosamente persino tra serpenti, veleni e demoni.

Parleranno lingue nuove: cioè dire Dio in modo diverso, riconoscere il modo attraverso cui ancora oggi Dio continua a parlare. Loro compito è costruire una umanità che con decisione scarta ogni strada che col tempo si rivela luogo di disumanità e imboccare vie inedite che i segni dei tempi, letti nella fede del Risorto, indicano. Siamo chiamati a edificare una comunità cristiana sedotta solo dal Vangelo, libera da ogni prurito di predicare se stessa.

L’unica cosa che le deve stare a cuore è scegliere di vivere sul sentiero tracciato da Gesù senza escludere nessuno. C’è una buona notizia per ciascuno. La fedeltà allo stile del Signore Gesù farà fiorire i segni da lui promessi. Non è che la mancanza di quei segni sia da leggere come infedeltà al modo di stare di Gesù in mezzo a noi? Non abbiamo forse assunto tutto un altro stile i cui segni sono ben noti?

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