L’arte di gioire del bene ricevuto – In ricordo di Zia Carmela Fusaro

Il tre maggio, nella festa dei Ss. Filippo e Giacomo, zia Carmela ha preso congedo dai suoi cari da cui è stata amorevolmente assistita e amata in tutti questi anni che l’hanno vista dipendere dall’attenzione e dalla cura altrui. Il suo letto era diventato meta del pellegrinaggio del cuore di quanti hanno avuto modo di conoscerla, dispensando perle di saggezza proprie di chi è riuscito a maturare tra tante traversie.

Se n’è andata nel giorno in cui la liturgia metteva sulle nostre labbra la stessa richiesta fatta dall’apostolo Filippo a Gesù: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Siamo fatti per questo incontro con Dio, con il Padre: tutta la nostra esistenza, ne siamo consapevoli o meno, ha questa destinazione. “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te”, così ripeteva sant’Agostino. L’antico catechismo ci ha insegnato che siamo stati creati per “conoscere, amare e servire Dio in questa vita e goderlo pienamente nell’altra”. L’anelito di S. Filippo, ieri è stato senz’altro l’anelito di zia Carmela che ha sempre nutrito una fede semplice ma vera, radicata nella certezza che Dio c’è e questo basta: “Mostraci il Padre e ci basta”. Se n’è andata nel mese che la devozione popolare consacra alla Madre di Dio a cui era legata da una singolare devozione. Amava ascoltare la “Buonanotte Maria” che i figli le facevano vedere tramite internet.

La sua veneranda età l’ha resa protagonista e spettatrice di una lunga stagione di vita ricca di tanti bei momenti condivisi con i figli e i nipoti e con l’indimenticabile zio Vito di cui è stata sempre innamorata e ammirata. Nei discorsi che faceva non mancava mai di evidenziare quasi una superiorità del marito rispetto a lei: questo atteggiamento non nasceva da un certo spirito di sottomissione della donna nei confronti dell’uomo ma proprio dalla capacità di riconoscere il valore dell’altro che diventa ricchezza per me. E non è, forse, questo l’amore, arrivare a considerare l’altro superiore a te stesso?

È indubbio che, in una circostanza come questa, la mente vada con gratitudine e riconoscenza agli anni in cui la condivisione di vita era all’ordine del giorno o in campagna o in occasione dell’uccisione dei maiali o di altri momenti in cui con facilità si entrava gli uni nelle vite degli altri. Come non ricordare le tante iniezioni fatte quando l’uno o laltro non stava bene. Indubbiamente una donna intelligente, perspicace, laboriosa, senza fronzoli che in questi ultimi anni di vita ha saputo apprezzare e gioire delle attenzioni a lei riservate dai suoi familiari. Anche questa una cosa non scontata: imparare a dipendere e a riconoscere il bene.

Prendiamo congedo da lei in questo giorno in cui la liturgia ci consegna le parole testamento pronunciate da Gesù la sera prima della sua passione. Oso pensare possano essere a buon diritto anche le parole testamento fatte sue da zia Carmela in modo particolare per voi suoi congiunti.

Quelle di Gesù non sono parole accademiche ma parole autorevoli proprio perché passate al vaglio dei fatti in un frangente che avrebbe consigliato imboccare tutt’altra strada. Parole pronunciate con l’asciugatoio ai fianchi, la brocca in mano e, verosimilmente, con le mani ancora inumidite. Mentre prendeva congedo dai suoi, a preoccupare Gesù era proprio il modo di relazionarsi tra loro. Per questo consegnava lo stile nuovo dello stare insieme: abbassarsi e non temere di usare quegli strumenti tanto insoliti eppure assai efficaci quali il grembiule e il catino.

Le parole di Gesù nell’ultima cena sono parole che leggono la realtà da un altro punto di vista, al contrario: egli, il Signore e il Maestro capovolge i ruoli e legge in una situazione di complotto il momento alto in cui esprimere la dedizione di sé. Per questo potrà chiedere: “che vi amiate come io vi ho amato”. O l’amore conosce questo grado di espressione o non è amore.

Per questo, il gesto della lavanda dei piedi mentre ricordava fino a che punto Dio si abbassa quando c’è di mezzo l’uomo, esso restava pure come parametro da cui mai distogliere lo sguardo.

Dio ci ama così: accogliendo l’uomo nella condizione in cui si trova, perdonandolo e rimettendogli i peccati, prendendosi fedelmente cura di lui, rendendolo fratello o sorella fino alla morte, fino a deporre la vita per lui.

Il discepolo di Gesù non si distingue perché prega; non si distingue perché fa prodigi; non si distingue perché ha una sapienza raffinata: no, si distingue perché ama, ama come Gesù!

“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”.

Dio porti a compimento l’opera che ha iniziato in noi e ci introduca nel suo regno in virtù dell’amore con il quale ci ha amati.

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