Fino in fondo – VI di Pasqua

Aveva, forse, ancora le mani inumidite quando Gesù proferiva le parole che oggi la liturgia consegna a noi. Sapeva cosa stava per accadere: Gv, al cap. 13, per tre volte richiama la consapevolezza di Gesù. Si era spogliato delle sue vesti (d’altronde non si può amare se non rinunciando a quanto potrebbe essere qualcosa da custodire in maniera gelosa: cfr. Fil 2,5-11) e aveva cominciato a lavare i piedi dei suoi amici. Le sue mani avevano accolto e ospitato tutto quanto l’acqua di quel catino aveva lavato, se è vero che Dio conta anche i passi del mio vagare e nel suo libro raccoglie persino le mie lacrime (cfr. Sal 55,9). Mentre lo faceva, Gesù era consapevole che i piedi dei più non si sarebbero lasciati trattenere da quel suo modo di rivelare l’amore. Quelli di qualcuno gli si sarebbero addirittura alzati contro, nonostante il gesto da lui compiuto. La maggior parte avrebbe intrapreso altri percorsi perché convinti che un simile modo di amare non può che conoscere la sconfitta e la smentita.

Quanto aveva compiuto quella sera, era a testimonianza che egli avrebbe messo a repentaglio la sua vita per gente che neppure comprendeva la portata e il senso di quel gesto. Il suo dono affidato a chi lo avrebbe tradito, rinnegato, comunque non riconosciuto. Mi ritrovo così a pensare al nostro valutare se è il caso o meno di fare qualcosa per qualcuno, quando si è fermamente certi che se non lo accoglierà, di certo non lo capirà.

Non finiremo mai di comprendere il paradosso di quelle ore: per Gesù, notte di tradimento e notte di amore coincidono. Noi siamo soliti parlare di amore là dove c’è riconoscimento, reciprocità, risposta, consapevolezza del dono, gratitudine. A riascoltare invece questo brano, sembrerebbe quasi che il tradimento e la morte siano il contesto più appropriato per parlare di un amore che è oltre i nostri criteri di ragionevolezza perché parla il linguaggio della dismisura, del sine modo (come direbbe don Tonino Bello).

È a contatto con questo paradosso che ci riportano le parole e i gesti di Gesù che rompono quell’equilibrio mortifero secondo il quale solo se il dono è valorialmente riconosciuto, apprezzato e perciò accolto, esso merita di essere condiviso.

Quella sera, proprio mentre vedeva incombere la sua fine imminente, non era preoccupato per sé, sebbene di lì a poco conoscerà anch’egli paura e angoscia. No. A Gesù stava di più a cuore la sorte dei suoi che non avrebbero retto alla tentazione di fuggire. Per questo, con tono accorato, li esortava a rimanere.

Rimanete nel mio amore…, vale a dire, lasciate che io mi prenda cura della vostra vulnerabilità, lasciate che mi prenda cura persino del vostro recalcitrare e resistere. Perché mai quello sguardo che, durante la passione, farà sciogliere Pietro in lacrime? Perché quella parola “amico” ripetuta a Giuda proprio in un momento che aveva tutto il carattere dell’inimicizia dichiarata?

Come io vi ho amati… Come, Signore? A partire dai piedi. L’Onnipotente (Gv aveva ricordato che Gesù aveva compiuto quel gesto “sapendo che il Padre gli aveva posto tutto nelle sue mani) non ricusa di accarezzare con delicatezza il punto più vulnerabile – perché più esposto – dei suoi amici. Amare, in fondo, cos’altro è se non avere attenzione e cura per la vulnerabilità dell’altro? Gesù si inginocchia per toccare e guarire il punto ferito in modo più grave, i nostri piedi, appunto: il punto in cui l’uomo si confonde con la terra, il punto in cui sperimenta tutta la sua fatica a essere creatura, il punto che più esprime la nostra instabilità (sappiamo bene cosa vuol dire mettere un piede in fallo). In qualunque condizione umiliante l’uomo si trovi, scoprirà ai suoi piedi il volto del suo Signore pronto ad avvolgerli nella sua compassione. Amati, così.

La vita cristiana ha nulla a che spartire con una proposta spirituale che faccia volare alto: la vita cristiana è piegare le ginocchia, porgere le mani, toccare gli altri restando umili, chinati, in atteggiamento di silenzioso servizio.

Questo amore non è mai un amore generico, astratto: è avere a cuore l’impuro che c’è in ciascuno di noi, l’inamabile tra di noi, Giuda, l’inservibile in mezzo a noi, Pietro.

L’amore di Dio rivelato da Gesù non conosce parentesi e non conosce riserve. Il gesto di quella sera – come il gesto che ripetiamo in ogni Eucaristia – ricorda che ciascuno di noi, Giuda compreso, diventa il discepolo amato.

Nella notte in cui fu tradito, prese il pane. Così risponde Dio ai nostri tradimenti, prendendo se stesso e offrendosi per amore dell’uomo. Quella notte e in tutte le notti dei nostri abbandoni.

Rimanete nel mio amore… Non si darà pace neppure di fronte alla fuga dei discepoli; dopo la Pasqua li raggiungerà ciascuno nella propria terra di dispersione, sulla strada di Emmaus o nell’esperienza del dubbio lancinante di Tommaso, nelle lacrime di Maria o nella chiusura per paura all’interno del cenacolo. A voler dire che se noi manchiamo di fede egli però rimane fedele (2Tm 2,13), se noi fuggiamo egli resta e resta come disponibilità mai rinnegata.

Posso rimanere perché egli rimane.