Dare il permesso a Dio – Inizio mese mariano

Il cuore di ogni uomo è abitato da un vivo desiderio di amare e di essere amato. Ben a ragione San Giovanni Paolo II scriveva che “L’uomo non può vivere senza amore. Esso rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (Redemptor hominis, 10).

Tuttavia, per quanto l’uomo sperimenti questo desiderio, c’è sempre qualcosa che lo minaccia: la gioia cui tanto aneliamo è sempre un bene a rischio, come ci ricorda la pagina evangelica. Chi di noi non vuole essere felice, vivere sereno, in pace, contento della sua esistenza? Eppure, è come se cogliessimo continuamente un divario tra ciò che sogniamo e ciò che, di fatto, viviamo. È come se ci scoprissimo incapaci di grandi affidamenti e di vere fedeltà. Tutto sembra remarci contro e, perciò, eccoci di nuovo alla ricerca di qualcosa di diverso e di più grande, di più appagante, di definitivo, senza però riuscire nell’intento.

Ci si ritrova così nella stessa situazione di Cana: dispersi nella ferialità della vita, qualcosa di concreto sembra incrinarsi e qualcosa di promesso sembra venir meno. Si conosce l’amara esperienza del disagio: tutto ciò che si è costruito con pazienza sembra allentarsi e scomporsi, nulla sembra più credibile.

Le risorse su cui pure avevamo fatto affidamento (le scorte di vino, appunto, ossia le nostre capacità, le nostre risorse), sembrano diventate insufficienti.

Ci consola sapere che Maria, madre di Gesù, è sempre presente, attenta e discreta. La sua presenza non viene mai meno, nel sorriso come nel pianto. Prevede il disagio dei suoi figli e intercede perché il miracolo si compia. Stasera, Maria, sa vedere ciò di cui abbiamo più bisogno: non è scontato avere occhi capaci di accorgersi di ciò che manca e di come fare a provvedere. Maria non si agita, non grida, non rimprovera, non si lamenta. Con decisione e umiltà, tutto rimette al giudizio del Figlio.

Noi iniziamo questo mese mariano, grati perché c’è qualcuno che ha la capacità di stare accanto al disagio non recriminando ma esercitando dedizione e cura. Maria non si rassegna a quella legge che sembra attraversare ogni esperienza umana, la legge della diminuzione, del venir meno. Maria presagisce che le cose possono conoscere una inversione di tendenza, come di fatto accadrà di lì a poco, quando l’acqua diventerà vino, addirittura. E questo attraverso quale percorso? Attraverso la capacità di mettere in atto il Vangelo: “Qualunque cosa vi dica, fatela!”. Non occorre altro. Prova a dare il permesso a Dio, ripete Maria. Non programmi, non strategie, non discussioni infinite. A far la differenza in ogni situazione è proprio la tua capacità di fidarti, anche se ti è chiesto qualcosa che non avevi messo in conto, come accadrà ai servi che si vedranno recapitare l’invito di riempire di acqua dei contenitori vuoti. È l’attenzione a Gesù e a ciò che egli ha ancora da dirci, la preparazione necessaria. Solo dall’obbedienza della fede nasce il miracolo della speranza e della gioia. Solo dall’obbedienza della fede l’impossibile diventa possibile.

E qui la domanda si fa personale: cosa ha da dirmi il Signore? Forse ha una parola da dirmi circa il progetto di vita che vorrei intraprendere, forse una parola circa la mia fede debole, forse una parola sulla crisi coniugale che sto vivendo, forse una parola sul lavoro perso, forse una parola su un risentimento da sciogliere, forse una parola su una nuova vita in arrivo, forse una parola sugli anziani da custodire o sui figli da educare. Sicuramente si tratterà di una parola diversa per ciascuno. Come Maria, siamo invitati a restare legati al Signore soprattutto quando il buio dell’evidenza umana farà capolino sui nostri passi e saremo sollecitati ad andare oltre le ragioni della ragione.

Maria ci ricorda che ancor prima della nostra fedeltà, a Dio sta a cuore la nostra felicità.

“Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei”. 

Quelle giare di pietra ricordano come la sola osservanza della legge non basta. Fermarsi a “quello che spetta a me”, non produce alcun miracolo. Non si ha pienezza di vita senza un uscire dalla logica ferrea dell’”a tanto, tanto”. Senza eccedenza non c’è vita. Quelle giare ricordano che fermarsi al criterio dell’”adesso basta”, non produce alcuna novità e nessuno sbocco. Occorre una nuova unità di misura introdotta soltanto dalla presenza del Signore Gesù: proprio il suo esserci, ci fa comprendere che la pienezza di vita che desideriamo non è frutto di un entusiasmo passeggero, ma matura attraverso un serio cammino in cui si mette in conto il nostro “esserci”.

Proprio la presenza del Signore attesta che è sempre possibile amare, oltre ogni prova, oltre ogni dolore, oltre ogni inadeguatezza. Viene per tutti l’ora del dono supremo. È importante accorgersi, riconoscere e accogliere i segni attraverso i quali Dio ci indica quali passaggi assumere, quali strade intraprendere.

 

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