L’inabitazione – V di Pasqua

Lunga ed estenuante l’attesa di Dio nei confronti della vigna scelta che doveva essere Israele. L’aveva piantata, curata, vangata, liberata da sassi e da rovi perché potesse portare il frutto atteso. E, invece, nonostante le molteplici attenzioni e cure, Israele aveva finito per produrre uva acerba: non era stato capace di restare fedele all’alleanza e corrispondere al desiderio di Dio. Dio, però, non si era mai rassegnato e per questo, con l’incarnazione del Figlio suo, aveva suscitato la vite vera mediante la quale conoscere finalmente la stagione sperata, quella per cui ogni uomo era stato pensato e voluto sin dall’eternità.

Davvero “Dio è più grande del nostro cuore”, come ci ha ricordato san Giovanni.

Gesù ci aveva già parlato della sua relazione con noi come di quella tra il pastore e le pecore, un rapporto, cioè, fatto di condivisione, di ricerca, di intesa, di attenzione per i tempi di ognuno (gli agnellini sul petto e le pecore madri per mano). Quella sera, tuttavia, in una sala al piano superiore che già odorava di morte, in un momento tanto drammatico il Figlio di Dio continuava a rivelare qualcosa del mistero santo di Dio e del mistero dell’uomo.

“Dio è più grande del nostro cuore”.

Noi, al più, riusciamo a vivere l’intesa con qualcuno in termini di alleanza, di comunione: io e te, io con te, io per te. Gesù, invece, si era spinto oltre: io in te. Il suo rapporto con i suoi non era soltanto di condivisione ma di innesto, non solo di alleanza (io con voi) ma di inabitazione (io in voi). Tutto questo in un frangente che avrebbe consigliato rivalsa, separazione, taglio. Ferma la decisione da parte sua di non rescindere il rapporto con i suoi.

Parlava di sé come della vite, del Padre come dell’agricoltore e dello Spirito Santo come dell’unica linfa capace di garantire la vita. Da brividi! In un rapporto che si rispetti, l’intimità è il massimo della condivisione. Il tralcio non è altra cosa dalla vite. In esso scorre la stessa capacità di agire e di amare, lo stesso Spirito del Figlio di Dio. Così ci ha pensati: capaci, per grazia, di portare frutti degni.

La vita cristiana, allora, veniva pensata non soltanto come un provare a fare il bene o come un vivere in un certo modo, ma come il permettere ai sentimenti del Figlio di Dio di scorrere dentro di noi. E se questo non dovesse accadere significherebbe diventare ramo secco che non ha mai conosciuto il motivo del suo essere al mondo. Un vero e proprio fallimento! E non è, forse, il rischio anche di questa nostra generazione tanto sazia ma cosi priva di senso perché, staccandosi dalla vite vera, ha smarrito le ragioni del suo essere al mondo?

Ben a ragione Gesù poteva dire di essere la vite vera perché l’unico in grado di compiere sempre ciò che ha visto fare dal Padre. Il Figlio è la vera vite perché continuamente docile nelle mani del divino Agricoltore.

Questo rapporto che immediatamente ha dell’esclusivo perché quello tra il Padre e il Figlio è unico, viene partecipato per grazia a tutti coloro che come tralci si lasciano innestare nella vera vite. Cosa sarebbero dei tralci senza una vite? Ma è altrettanto vero per la vite: cosa sarebbe senza i tralci?

Senza di me non potete far nulla. Non era immodestia la sua ma consapevolezza che, rescisso il rapporto con lui, nessuno conosce la grazia della fecondità.

Restare unito alla vite è la condizione perché il ramo possa portare frutti ricevendo la linfa necessaria. Non è sufficiente una presenza qualunque, di passaggio: è necessario che il rapporto con il Figlio non sia sporadico ma stabile, con una residenza non mobile ma fissa. La stabilità del rapporto dice amicizia, confidenza, fiducia, condivisione.

Il tralcio può restare unito alla vite ad unica condizione: “se le mie parole rimangono in voi”. È la custodia di ciò che il Figlio ha trasmesso la garanzia perché i frutti siano conformi alla linfa ricevuta. Quando la nostra vita non esprime più frutti degni è il segno che a nutrirci non è più la linfa di Gesù Cristo. Sono i frutti, infatti, a rivelare a chi apparteniamo e ciò di cui ci nutriamo.

Chi di noi non desidera che la sua vita sia feconda e porti un frutto buono ed abbondante?  Chi di noi non vorrebbe sfuggire ad una sterilità che mortifica e rende inutile la sua esistenza? Chi di noi non si attende di poter esprimere il meglio di se stesso? Eppure tutto questo non è possibile se ci lasciamo afferrare dall’illusione di poter fare da soli, contando unicamente sulle nostre forze.

Per ben sette volte ci viene rivolto l’invito a rimanere: è necessaria, cioè, la perseveranza che mi induce a rimanere attaccato al Signore anche quando arriva il tempo doloroso della potatura e non solo durante la festa del raccolto.

Se in natura, infatti, la vite produce spontaneamente i tralci che, se niente o nessuno li spezza danno grappoli d’uva, per quanto riguarda l’uomo è escluso ogni automatismo: è necessario che la mia libera volontà decida di rimanere ancorata alla vite. Se, infatti, è vero che la libera volontà del Signore trasmette la linfa a ogni tralcio, non è affatto scontato il contrario.