Di qualcuno – V di Pasqua

Stupisce non poco che Gesù abbia fatto ricorso a metafore tanto significative quanto elementari per esprimere la forza del legame tra lui e l’uomo. Parla di sé come del pane, parla di sé come della strada, parla di sé come di una porta, di un pastore. Oggi fa ricorso all’immagine della vite e della dimora. Quella della vite e della dimora sono forse tra le immagini più in sintonia con il nostro bisogno di sapere di appartenere a qualcuno e di avere un luogo che ci custodisca. La vite evoca legami, intrecci, innesti, cure, premura, tenerezza, clima adatto. La dimora richiama fedeltà, ciò che permane nel mutare degli eventi e delle situazioni, il luogo cui fare ritorno e in cui sentirsi riconosciuti grazie alla forza dei legami, appunto.

Più volte ci attraversa la consapevolezza di essere qualcuno nella misura in cui siamo certi di essere di qualcuno, nella misura in cui c’è un luogo in cui sappiamo di essere a casa e di casa. Questa appartenenza e questa possibilità riscattano la sensazione di essere in balia di un cieco destino. Perché il nostro bisogno di sentire racconti? Perché il nostro bisogno di guardare foto di persone che sono state presenti nella nostra esistenza, se non per celebrare o rivisitare legami (anche quelli che forse ci hanno ferito), per dirci che non veniamo dal nulla? Perché il nostro bisogno di ritornare in certi luoghi?

Quella sera, durante la cena delle consegne, a degli uomini che di lì a poco avrebbero patito sulla loro pelle la forza dirompente della dispersione, Gesù rivelava che nessuno di noi è un naufrago dell’esistenza il cui unico appoggio è la zattera del proprio io. Ciascuno di noi è un essere voluto da qualcuno e ciascuno di noi vive nella misura in cui non decide di tagliare il proprio legame con le sue radici. Questo qualcuno per noi è il Signore: senza di me non potete far nulla. Continuamente Dio favorisce innesti facendo che sì che nuova linfa scorra nelle nostre esistenze. Il problema, semmai, è consentirglielo. Egli, infatti, rimane sempre e rimane sempre come colui che non recide il legame con noi.

Per questo Gesù accompagna questa rivelazione con l’invito a rimanere. Perché mai? Forte è la tentazione di dimenticare che questo legame è vitale per noi. Non poche volte a condizionarci è un bisogno di emancipazione da quel legame che, di solito, si risolve soltanto in una amara solitudine. Ogni uomo, sin dalle origini della vicenda umana, conosce sulla sua pelle il sospetto che questo legame con Dio sia mortifero. È la tentazione dell’autosufficienza, quella di essere un tralcio a sé, sebbene reciso dai canali vitali. Una tentazione che non poche volte si traduce come gusto del nulla.

Quella sera, sulle labbra di Gesù, l’invito a rimanere era quello dell’innamorato che implora il suo amore di non lasciarlo, di non andarsene. Il rimanere è il far sì che un incontro diventi relazione, storia. Quanti incontri suscitati da Dio non hanno poi avuto la perseveranza di una relazione!

Per noi che siamo costituzionalmente impastati di fragilità e di instabilità suona un po’ strano questo insistere di Gesù a mettere radici nella stabilità di Dio. E, tuttavia, a suo dire, è l’unica condizione perché la nostra vita sia feconda. Abbiamo disimparato a stupirci, non sappiamo più cosa sia il commuoversi, il dire grazie. Fondamentalmente abbiamo disimparato persino a stare con noi stessi. Pascal sosteneva che “la maggior parte dei guai delle persone proviene dal fatto che non sanno stare fermi un quarto d’ora”.

Come si fa a rimanere in lui? Gesù lascia un criterio valido per ogni generazione di credenti: se le mie parole rimangono in voi. Ciò che verifica la nostra appartenenza a lui è proprio la capacità di essere custodi del suo vangelo, del suo modo di essere, del suo modo di agire, del suo modo di pensare. Questo verifica la mia comunione con lui: se sono o meno uomo/donna della custodia e degli innesti.

Quando le sue parole sono accolte nella mia vita, compiono quell’opera che Gesù chiama potatura. La parola di Gesù rivela la mia distanza da lui e il bisogno di purificare tutto ciò che ha niente a che vedere con lui. Per questo è il credito dato al vangelo che rende la nostra vita capace di portare frutti.

Quello che io compio, quello che io penso, quello che io dico, attesta dove sono le mie radici, a quale canale attingo, quale relazione mi costituisce come persona, dove riposa il mio cuore. E se l’impotenza che stiamo toccando con mano in tutti gli ambiti della nostra esistenza sia una sorta di ultimo appello a diventare consapevoli che forse ci siamo staccati dalla vite vera?

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. acasadicornelio ha detto:

    Non ne sono all’altezza, Maurizio

  2. maurizio mosconi ha detto:

    Antonio, ti hanno mai chiesto di fare le meditazioni quaresimali … al Papa?

  3. Rosaria Montefusco ha detto:

    Fa o Gesù che le tue parole sono accolte nella nostra vita, e così di compia l’opera della tua potatura.

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