Esserci – IV di Pasqua

Aveva appena guarito un uomo cieco dalla nascita e questi si era trovato insultato e scacciato dalla sinagoga. Saputolo, Gesù non aveva esitato a mettersi proprio sulle sue tracce manifestando fino a che punto la sorte di quell’uomo gli stesse a cuore. Paradossalmente, chi avrebbe dovuto gioire della vista ottenuta, aveva finito, invece, per assumere un atteggiamento di rifiuto e di esclusione. Quell’uomo era stato lasciato solo sia dai suoi parenti che dalla sua comunità. È in questo contesto che Gesù pronuncia le parole che oggi sono risuonate in questa liturgia: “Do la mia vita per le mie pecore” a differenza del mercenario al quale “non gli importa delle pecore”.

L’immagine del pastore e delle pecore è tra le più evocative. Richiama una categoria non poche volte disattesa: l’esserci. Il pastore, infatti, condivide le sue giornate  con il suo gregge vagando da un posto all’altro in cerca di buone pasture perché le pecore possano trovare il cibo necessario.

Tanti lungo la storia d’Israele erano stati coloro che Dio stesso aveva chiamato perché si prendessero cura del popolo che Dio si era scelto. Molti, però, pur avendo detto il loro “eccomi”, avevano finito per non “esserci” o, meglio, avevano fatto di quell’affidamento una proprietà. Per questo, Dio stesso aveva promesso di prendersene cura in prima persona avendo attenzione per i tempi di ognuno. Bellissima l’immagine di Is 40,11: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto
e conduce dolcemente le pecore madri”.

Aveva avuto attenzione per Zaccheo come per il giovane ricco, per Levi il pubblicano come per Pietro il pescatore, per la Samaritana come per l’adultera. Per tutti la proposta di una vita riscattata alla banalità del suo scorrere e per ciascuno uno sguardo di predilezione unico. Davvero un Dio che sa contare fino a uno!

Quali sono i tratti di questo pastore “bello” (come andrebbe tradotto quel “buono”)? Quali i tratti di tutti coloro che sono costituiti in autorità su altri e che, perciò, diventano segno della premura stessa di Dio?

È uno il cui unico interesse non è la difesa di sé: non teme per la sua sopravvivenza, non ricerca una speciale protezione per sé, non fa del suo servizio un motivo di vanto bensì un motivo di onore.

È uno che non ha altra passione se non il fatto che chi gli è affidato possa davvero gustare una vita degna di essere vissuta.

È uno che non chiede fiducia perché mosso da altre mire.

È uno mosso unicamente dall’amore, cioè dalla disponibilità a mettere in gioco se stesso senza pretendere di essere accolto o ricambiato.

È uno il cui amore ha i tratti dell’attenzione e della discrezione, del rispetto e dell’attesa.

È uno per il quale non sei mai uno dei tanti ma sei conosciuto per nome.

È uno il cui sguardo è sempre benevolo e promovente, uno di fronte al quale puoi stare nella verità del tuo essere e della tua storia.

È uno per il quale la tua fragilità e il tuo peccato non saranno mai motivo di ostacolo ma occasione perché il suo amore si manifesti in tutta la sua pienezza e in tutto il suo splendore.

È uno dinanzi al quale non ci sono preclusioni di sorta, tanto è vero che persino l’eventuale allontanamento diventa occasione perché la ricerca si intensifichi.

È uno che apre la strada, indica, cioè, verso quali luoghi è necessario incamminarsi se si desidera trovare non ciò che piace ma ciò che serve al proprio nutrimento: “il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”.

È uno che non vive le relazioni a tempo e secondo un contratto, per questo non abbandona, per questo non dice mai: “veditela tu”.

È uno che facendo da apripista è il primo ad opporsi agli inevitabili ostacoli del cammino e ad affrontare anche per te lo strapotere del male.

Davvero è bello uno così: chi lo ha conosciuto fino in fondo perché ne ha fatto esperienza, non potrà non ascoltare la sua voce.

Perché in nessun altro nome c’è salvezza se non nel nome di Gesù? Perché solo lui ci ha manifestato l’amore quando “eravamo per natura meritevoli d’ira” (Ef 2,3).

“Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (1Gv3,1).

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