C’è voce e voce – IV di Pasqua

Ascolteranno la mia voce…

Mi sono chiesto a lungo perché il Signore abbia voluto fermare l’attenzione su questa prerogativa che potrebbe sembrare secondaria in ordine al rapporto con lui e, invece, non lo è affatto. Evidentemente c’è voce e voce e chi appartiene al Signore, ha dei criteri per non confonderla e, soprattutto, per non essere ingannato.

La voce del mercenario – ossia di chi vive i rapporti come merce di scambio finalizzato all’utile, al profitto secondo cui tu non sei mai persona ma soltanto un numero – ha il timbro di chi ti viene incontro solo perché ha in mente un obiettivo da raggiungere e uno scopo da realizzare. Non gli importa di quello che sei. Alla prima occasione ti abbandona. Tutto leggendo a partire dal “che me ne viene?”, chi non rientra nei canoni dell’efficienza è considerato materiale di scarto, un esubero, come siamo tristemente abituati a sentire dalla cronaca.

Non così la voce del Signore che, portando con sé il timbro dell’amore, non si relaziona mai a partire da qualcosa da chiedere ed ottenere, ma a partire dall’offrire, dal condividere. Questo è uno dei tratti distintivi del nostro Dio: la consegna di sé proprio nel momento in cui meno lo meriterei.

Quanti ci hanno chiesto fedeltà e determinazione, quanti hanno preteso fiducia e generosità, quanti ancora ci hanno chiesto dedizione e sacrificio, ma poi sono svaniti nel nulla risucchiati soltanto dal loro proprium! Quanti hanno in mente un ordine nuovo nel mondo, nelle relazioni e, tuttavia, non sono disposti a spostare neanche una virgola di ciò che è garanzia della loro sicurezza! Quanti fanno i moralizzatori sui costumi altrui concedendosi, poi, ampi margini di libertà! Di gente che dice di sapere ciò che bisognerebbe fare in questo o quel frangente è pieno il mondo. Non ci occorrono gli esperti: necessitiamo piuttosto di chi sia disposto a sentire come suo quel piccolo lembo di terra che gli è affidato facendolo fiorire come ne è capace.

Dio non sacrifica mai la vita dei suoi ad un ideale astratto: prima di ogni cosa, l’uomo. Tanto è vero che quando sul piatto della bilancia ci sarà da tenere insieme la vita dell’uomo e la vita di Dio, non esiterà a far pendere il piatto dalla parte dell’uomo. Questa vale di più, vale la vita stessa del Figlio! Io valgo la vita del Figlio di Dio. La Chiesa ce lo fa ripetere ogni domenica nel credo: per noi uomini e per la nostra salvezza… per me.

La voce del mercenario è una voce urlata, tipica di chi impone con forza, quella del Signore, invece, è la voce che parla al cuore con il linguaggio dell’attenzione, della tenerezza, del sussurro. Perché mai questa differenza? Perché il mercenario tutto vive in funzione di se stesso, il Signore, invece, poiché conosce ciò che di più vero c’è nel mio cuore, ha attenzione per i tempi, ha rispetto per i percorsi, ha misericordia per i ritardi e le stanchezze, ha cura per le ferite, ha pazienza per le mie miserie e fragilità. Se al mercenario interessa l’utile, al Signore sta a cuore la relazione, anzitutto. Per lui non diventi mai materiale di scarto, anzi. Egli conferisce maggiore onore proprio a ciò che più è disprezzato: “la pietra scartata dai costruttori è diventata la pietra d’angolo”. Sì, Dio riedifica a partire dagli scarti.

Il mercenario ha sguardi solo per la prestanza dell’apparenza e, se occorre, non manca di umiliare e denigrare, il Signore, invece, non cessa di rinnovare la sua fiducia nel servirsi di gente come ciascuno di noi. Egli non guarda la forza fisica o la sapienza del mondo: il suo sguardo si posa sugli umili, sui piccoli, su chi non presume di sé. Sa, infatti, quanto sia necessario che siamo vaccinati contro l’orgoglio. A tema, infatti, non è ciò che io riesco a fare ma ciò che permetto al Signore di compiere anche attraverso quella pecora nera che, talvolta, sono anch’io.

La nostra vita è un continuo discernere e scegliere a chi affidarci, se al mercenario o al pastore bello. Con una consapevolezza, però: il rapporto con il mercenario può sedurti ma non è in grado di mantenere ciò che promette. Per questo, Pietro, negli Atti, ricorda che non c’è altra possibilità di salvezza se non nella relazione con il Signore Gesù.

Come posso ascoltare la voce di questo pastore che parla a ciascuno in un modo unico e personale? Parla attraverso il silenzio della preghiera come nel rincorrersi degli impegni, quando fa capolino la prova o nel momento in cui è dato sperimentare la grazia dello stare insieme. La sua parola va passata al vaglio del confronto e del discernimento. Non esiste da nessuna parte un manuale in cui trovare le indicazioni certe di ciò che ci è chiesto di fare. “Dio non cerca esecutori, ma collaboratori. Dio suggerisce, non impone. Dio tratteggia, non consegna piani elaborati in ogni minimo dettaglio”. Quel che è certo è che a ciascuno Dio fa udire la sua voce. Beati noi se sapremo riconoscerla ascoltando ciò che vorrà dirci.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Rosaria Montefusco ha detto:

    È vero ad ognuno di noi il Signore ci parla secondo il nostro apostolato da compiere. Fa o Signore che sappiamo ascoltati e seguiti. Grazie

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