Solo l’amore è degno di fede – III di Pasqua

Non avevano esitato a credere alla morte del Maestro: al rintocco dei chiodi alcuni degli apostoli si erano dati alla fuga vedendosi profilare la stessa fine anche per loro. Qualcuno aveva seguito da lontano ciò che era accaduto: era evidente che del Maestro non restava che un corpo esanime tirato giù in tutta fretta a motivo della Pasqua. Cosa poteva significare, allora, il rincorrersi di voci che lo davano per vivo? Cosa voleva dire che era risorto? E poi, era vero? Da quando in qua i morti risorgono?

Il vangelo non tace i sentimenti contrastanti del cuore degli apostoli: “sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma”; più avanti è detto: “per la gioia non credevano ancora”. Per quanto la desideriamo, di fronte a una bella notizia fatichiamo non poco a crederci: meglio realisti che disillusi. E il Signore, invece, ancora una volta, anche questa volta, dovette accettare addirittura di non essere riconosciuto, scambiato per un estraneo e preso per un fantasma.

Sono proprio degli irriducibili gli apostoli: prima lo hanno abbandonato, ora non lo riconoscono. Davvero l’uomo è il rischio di Dio. Mai capace di ricambiare nel modo giusto chi con tanta premura e pazienza non cessa di offrire segni di fiducia e attenzione. “Non ci tratta secondo le nostre colpe, non ci ripaga secondo i nostri peccati”, così ci fa pregare il Sal 103. Davvero Dio non ci ripaga mai con la stessa moneta. L’abbandonato si fa compagno, il tradito restituisce fiducia, il respinto si fa accoglienza, il non riconosciuto si fa confidenza.

Quella sera non era cambiato nulla: alcuni di loro che pure già erano stati destinatari di una grazia particolare nel ritrovarsi di fronte al Risorto, erano anch’essi tra coloro che nutrivano sospetti circa la veridicità di ciò che stava accadendo sotto i loro occhi. Eppure, fu proprio su di essi che il Signore puntò ancora, come dimenticando di che pasta fossero fatti o, meglio, proprio sapendo chi e come fossero.

Il Signore provò a farsi strada in un modo singolare mostrando loro le piaghe. Di cosa erano segno quelle ferite che egli invitava a toccare e guardare, se non del suo amore? Un fantasma può forse amare? Che il Risorto portasse ancora i segni della passione stava a dire che i segni inferti dal male non si cancellano ma si trasfigurano. Una violenza subita resta tale; un’amicizia tradita resta tale; un affronto ricevuto resta tale. E, tuttavia, alla luce della risurrezione, siamo chiamati a rileggere tutto il nostro bagaglio di male secondo un altro punto di vista.

Quelle piaghe attestano che solo l’amore rimane per sempre e solo l’amore è degno di fede.

Sarà necessario agli apostoli di allora e a noi lasciarsi aprire la mente all’intelligenza delle Scritture. Solo la Parola di Dio, infatti, ci permette di riconoscere attraverso quale strada Dio entra nella nostra storia personale. Solo la Parola di Dio ci aiuta a non soccombere quando qualcosa va oltre le nostre aspettative. A salvarci, infatti, non è la visione come saremmo portati a pensare ma l’ascolto. Non basta aver incontrato il Signore: i due di Emmaus hanno camminato lungamente con lui a fianco ma non lo hanno riconosciuto. Era lì davanti a loro nel cenacolo ma nulla. Il cuore cominciò a sciogliersi solo quando Gesù iniziò a spiegare mediante le Scritture tutto ciò che si riferiva a lui.

Quando la Parola di Dio è ascoltata senza pregiudizio ed è accolta con fede, ci permette di rivivere la stessa esperienza degli apostoli diventando anche noi tramite per altri.

È la Parola di Dio che ci permette di leggere la risurrezione non come l’evento che viene dopo la passione e morte solo cronologicamente, ma come qualcosa che accade proprio grazie a quella passione e a quella morte. Così ci fa pregare la liturgia: “Con la passione e la croce hai fatto entrare nella gloria della risurrezione il Cristo, tuo Figlio” (Preghiera Euc. V). Se è vero che lex orandi lex orandi (il modo in cui preghi esprime il modo in cui credi), noi affermiamo che è proprio mediante la passione (e non solo dopo) che Cristo entra nella gloria della risurrezione.

Gli eventi dolorosi vorremmo dimenticarli volentieri e, invece, grazie alla Parola di Dio impariamo a leggerli nella giusta luce non come una fine ma come una gestazione. Questo non significa che il nostro Dio si serva di eventi tragici per dischiudere un nuovo orizzonte di senso ma, che anche qualora dovessimo vivere simili momenti, nulla è lasciato all’improvvisazione o al caso: la nostra storia è ancora nelle mani di Dio.

L’ascolto della Parola e la nostra fede obbediente è ciò che ci permette di dire quello che ripeté Rosetta mia sorella (deceduta anch’essa prematuramente) alla morte improvvisa del giovane marito: “Signore so che posso vivere questo momento perché tu lo hai vissuto prima di me e ora lo vivi con me”.

Di questo voi siete testimoni.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Rosaria Montefusco ha detto:

    Solo il tuo grande amore Gesù che hai avuto per noi in quel momento tragico è degno di fede perenne. La tua risurrezione è degna di fede e amore grande verso di noi come agli agli Apostoli. Aprici gli occhi alle scritture.

  2. Sì, la resurrezione dobbiamo leggerla non come evento cronologico dopo la passione e morte, ma come evento causato dalla passione e morte di Cristo. La passione, per il figlio di Dio, ma anche per ciascuno di noi è una necessità, quasi propedeutica, alla resurrezione. E, per chi si lascia portare sulle braccia della fede, la passione e il martirio cruento o incruento, sono preludio per la gloria che ci attende.
    eufemia

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