Appartenere – Giovedì II di Pasqua

4Quella professione di fede che Nicodemo non è riuscito a compiere, la liturgia la pone sulle labbra di Giovanni il Battezzatore. A Nicodemo Gesù aveva rivelato: Dio ha tanto amato il mondo… Ora Giovanni fa eco a queste parole che Gesù ha appena proclamato: Il Padre ama il Figlio… Chi crede nel figlio ha la vita eterna. Queste parole di Giovanni ci consegnano il cuore della vita cristiana che non è né una dottrina, né una morale e tanto meno una ascesi. Il cuore della vita cristiana è l’amore, l’amore incredibile di Dio per noi. Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama.

La legge impersonata da Nicodemo non riesce a compiere questa professione di fede e perciò Nicodemo resta ancora nella notte. È necessaria la profezia, impersonata da Giovanni, che sola può aprire le cose terrestri ad accogliere quelle celesti. L’alleanza, il tempio, la legge non portano a Dio se non c’è la parola profetica che continuamente ne espliciti il senso. Senza profezia, ogni istituzione, anche la più santa, persino i sacramenti, rischiano di diventare un feticcio: l’alleanza resta senza vino, il tempio senza Dio, la legge senza lo Spirito. Rischiano di rimanere semplici segni terrestri che non rimandano più a Dio, perciò sono fini a se stessi, segni che non significano più nulla.

La profezia che Giovanni incarna impedisce che vengano assolutizzate e divinizzate le istituzioni, finendo per prendere il posto stesso di Dio.

Quante cose anche nella nostra vita finiscono per prendere il posto di Dio, in nome di Dio!

Quanti i segni che più non significano ciò che invece dovrebbero rendere manifesto! Per grazia, però, colui che effonde lo Spirito senza misura, fa parlare realtà, situazioni e persone che altrimenti resterebbero mute.

Questo linguaggio dello Spirito lo coglie solo chi non ha preventivamente deciso di chiudere il suo cuore comunque arroccandosi al già visto, al già conosciuto. Non si spiegherebbe altrimenti che un Pietro divenga capace di fronteggiare le autorità asserendo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Pietro, proprio lui che prima di essere riabilitato dal perdono del Maestro aveva lasciato libero corso alla paura e perciò al tradimento, ora non teme di schierarsi e di prendere le parti del suo Maestro in quel processo che ancora viene intentato contro di lui. Può parlare perché stavolta la sua testimonianza non è accademia, non è letteratura: è appena uscito di prigione, perciò sa cosa vuol dire dichiarare a chi appartenere e quindi obbedire.

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2 pensieri su “Appartenere – Giovedì II di Pasqua

  1. Per me appartenere a Gesù come prende il nome cristiano, significa essere testimone come i discepoli dopo aver ricevuto lo Spirito Santo lo testoniano senza paura. Così deve essere per noi. Una testimonianza di amore reciproca.

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