Il Dio dell’invece – Lunedì V di Quaresima

adulteraQuesta proprio non ce la saremmo aspettata. Passi quella del figlio prodigo ma questa proprio no. A dire il vero non se l’aspettavano neanche quegli uomini che credevano di riuscire finalmente a metterlo alle strette: da tempo cercavano l’occasione propizia per ucciderlo. Ora, almeno di fronte all’evidenza di una donna sorpresa in flagrante adulterio dovrà cedere. Non gli resta che acconsentire a far applicare la legge. Non c’è via di scampo.

E invece no. Dio riapre la possibilità di un futuro diverso a chi ha già ricevuto dalla vita una sentenza di morte. E lo riapre non accettando mai che l’infrazione della legge resti l’unico criterio a partire dal quale comprendere un’esistenza. Quante volte, infatti, l’errore compiuto in un momento di fragilità diventa la sentenza inappellabile che sequestra per sempre l’identità di una persona. Dio non si rassegnerà al fatto mai che la tua identità sia colta a partire dal tuo errore.

E invece no. Un Dio che non si lascia irretire dai nostri pregiudizi, un Dio i cui gesti trasmettono tenerezza per accusati e accusatori.

Risuona per noi questa parola, per noi troppo spesso incapaci di mostrare il nuovo di Dio. Era scontato che, secondo la legge, quella donna dovesse essere lapidata. E invece no. Mi sono chiesto quante cose secondo noi sono scontate e perciò devono andare in un certo modo e quante volte impediamo a Dio di entrare nella storia immettendo il non scontato. E invece no, ma stavolta – almeno riconosciamolo – siamo noi a impedirglielo. In fondo, un limite deve pur esserci!

Quanta nostalgia del suo “e invece no”. Quanta nostalgia dei silenzi e dello sguardo di Gesù, quanta nostalgia delle sue parole e dei suoi gesti. Di fronte agli strenui difensori della legge, lui, Gesù, si lasciava attraversare dalle viscere di misericordia, cioè dalla capacità di “fare spazio” nella sua vita all’altro, indipendentemente dalla sua condizione morale. “Ecco faccio una cosa nuova… non ve ne accorgete?” Ahimé, dobbiamo riconoscerlo: non ce ne accorgiamo. Quale distanza in noi da pagine di vangelo come questa pur di difendere il nostro giustizialismo!

E invece no. Gesù, l’unico innocente, senza peccato, non scaglia nessuna pietra o meglio, a dire il vero, ne lancia una ma non per lapidare: lancia una pietra pur di aprire una breccia diversa, che faccia prendere coscienza del proprio peccato e della necessità del perdono non solo per la donna ma anche per i suoi accusatori.

Come vorrei che questa pietra aprisse una breccia di novità nelle nostre parole stantie e nei nostri gesti sterili.

“Chi di voi è senza peccato…” Non basta farsi paladini di una legge o di valori se chi li propone non è il primo a praticarli. L’errore non può mai diventare pretesto per condannare altri. Per gli accusatori quella donna era un caso di fronte al quale prendere posizione. Non così per Gesù: quella donna ha ancora delle possibilità inesplorate che solo uno sguardo di non giudizio e soprattutto di non condanna può favorire.

“Neanch’io ti condanno”. Eccoci nuovamente di fronte all’inedito di Dio: l’offerta di un perdono ancor prima che la donna abbia espresso una volontà di ravvedimento.

 “Va e d’ora in poi non peccare più” (8,11). Proprio perché non è stata condannata, questa donna ora può non peccare più. Con il perdono che Gesù le concede, può iniziare una vita diversa da quella passata. Quel “d’ora in poi non peccare più” è come se significasse “d’ora in poi potrai non peccare più”.

Questo Dio che Gesù rivela si compromette a tal punto che le parti si rovesciano: alla fine infatti è contro di lui che vorrebbero scagliare le pietre risparmiate alla donna. È questa la grazia  a caro prezzo: “Dio non ha risparmiato il proprio Figlio” pur di risparmiare l’uomo.

 

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