Emmaus necessaria – Messa vespertina di Pasqua

emmaus1Non c’era altro da fare: riprendere la strada di casa. Le speranze del regno che pure Gesù aveva annunciato si erano dileguate. Erano tramortiti, storditi. Un sepolcro aveva inghiottito ogni cosa.

Sì, è vero: le donne avevano recato l’annuncio che il maestro era risorto. Ma quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse (Lc 24,11). Quel vaneggiare di donne non era riuscito a infondere una minima fiducia nei nostri due, al punto che cominciarono a sentire irrespirabile l’aria di quella sala al piano superiore. Pietro e Giovanni accetteranno la sfida: saranno vaneggiamenti di donne, ma sarà meglio andare a vedere. I due di Emmaus, invece, vogliono vivere. Gli altri restano nella loro cupa rassegnazione. Non si può vivere tra donne visionarie e la cupa rassegnazione degli altri.

E così tra i rassegnati e i visionari, i due in questione non se la sentono di trascorrere il resto della loro vita a collezionare memorie. Si dirigono verso Emmaus. Emmaus ha tanti nomi. Ha il nome dei nostri sogni e delle nostre aspirazioni, quando non delle nostre proiezioni o illusioni. Eppure Emmaus è necessaria perché ci mette in cammino, ci fa muovere.

Come non rileggerci in questi due? Cosa ci rimane se non la strada di casa? Cosa rimane se non provare a metterci in cammino? Nel vangelo, la strada è più di un luogo: è il Signore. “Io sono la via”.

Se ne vanno per dimenticare. Andare a Emmaus equivale a voler dimenticare. Non è quello che sovente suggerisce il nostro buon senso o la voglia di farla finita con certe situazioni? Sforzati di dimenticare!

Ma i nervi agitati difficilmente obbediscono al comando della volontà. Come si fa a dimenticare quando gli avvenimenti dei quali sei stato protagonista o spettatore ritornano martellanti nella tua testa? Non è possibile comandare la dimenticanza. Verrà, forse, ammesso che vi siano delle cose che sia possibile dimenticare per sempre.

I nostri due provano a dimenticare: Gerusalemme è il luogo di quei fatti che portano nel cuore, Emmaus il ripiegamento su delle posizioni più umane. Emmaus rappresenta il voler rinunciare a misurarsi col modo attraverso il quale Dio si manifesta.

Discorrevano e discutevano insieme. Almeno una cosa viene condivisa: lo star male e perciò la necessità di prendere aria. Poi, però, quando si tratta di giudicare i fatti non sono più d’accordo.

Lui va via e io concludo che mi ha lasciato. In realtà però sono io che non so stargli dietro là dove egli mi ha fissato appuntamento. Entrando nell’esperienza della croce, Gesù non ha abbandonato i suoi discepoli: ha indicato loro un altro luogo dove fissare l’appuntamento, un altrove, come dicevo nella veglia pasquale.

“Gesù in persona si accostò e camminava con loro”. Anzitutto compie una ricerca personale: I discepoli di Emmaus sono stati avvicinati personalmente, lungo la via. Quel viandante misterioso che li ha accostati non si è fermato ai margini della loro tristezza ma è entrato profondamente, con delicatezza e con passione nei pensieri e nei sentimenti che costituivano il loro dramma. Pur trovandosi lungo una strada l’incontro con quello sconosciuto è divenuto l’incontro più personalizzato di cui abbiano fatto esperienza.

Eppure, tutto questo accade proprio a partire da una esperienza di abbandono: si accorgono di Uno che incomincia a camminargli accanto quando si ritrovano soli. Si rinnova per i due di Emmaus come per noi il mistero di un Dio che discende. Dove? Dove siamo, come siamo; assume il nostro momento nel tempo, il nostro volto, il nostro stesso soffrire. Ci è vicino solo chi è come noi, uno di noi. La disuguaglianza crea delle distanze incolmabili. Gesù si fa viandante, si fa pellegrino, si fa fuggitivo proprio come i due. “Ecco io sono con voi fino alla consumazione dei secoli”. Non c’è situazione umana di miseria, di peccato, di lontananza da Dio, di morte, che non sia raggiunta, e perciò redenta, dalla presenza del Figlio di Dio abbandonato con i peccatori.

Sulla mia strada vi è già un Cristo che è come noi, con il nostro volto, la nostra pena, il nostro linguaggio, le nostre fragilità.

Gesù si accosta: non appare improvvisamente. Sulla strada egli assume i tratti delle persone cui egli si manifesta. Nel giardino del sepolcro la Maddalena crederà di trovarsi di fronte all’ortolano, sul lago i discepoli si misureranno con un pescatore, sulla strada di Emmaus fuggitivo con i fuggitivi. Per riconoscerlo è necessario un cuore che arde. Non è che Gesù ci raggiunga: in realtà ci precede. “Vi precede in Galilea”. E noi chiamati a passare dove lui è, a volte anche attraverso le strade obbligate della nostra fragilità e miseria. Quelle strade, però, sono già illuminate di segni di speranza. E quando finalmente lo si raggiunge lui si mette a passo d’uomo.

Gesù compie, poi, nei confronti dei due una ricerca paziente: “… camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”. Era presente ai due discepoli prima di essere riconosciuto presente. Ha accettato di essere presente e non visto, quasi fosse assente. Per tutto il tempo nel quale gli occhi di un uomo sono ottenebrati, la presenza di Cristo è reale ed operante, anche se nascosta.

Non è lui a dettare il passo: piuttosto si adegua al nostro. Si adegua ad ogni cammino, purché si cammini. Si adegua fino a sentire la nostra stessa stanchezza: quaerens me sedisti lassus. Non importa se non lo vedo: lui mi precede. “Posso attraversare questa esperienza perché tu l’hai vissuta prima di me e ora la vivi con me”.

La ricerca di Gesù è anche ricerca attiva. Durante il cammino ascolta, lascia sfogare, da modo di oggettivare il disagio, con una domanda colma di grande affetto: dite, parlate, provate a mettere a fuoco ciò che vi preoccupa, non sfuggite ai vostri problemi.

Tu solo sei così forestiero da non sapere…. Sopportiamo a fatica chi non conosce la nostra pena.

Speravamo: forse una speranza ben misera ma pur sempre speranza. E nonostante più volte Gesù avesse spiegato loro che non dovevano attendersi un messia trionfatore, aveva finito per sopportarli com’erano. Anche se sbagliata, era pur sempre speranza. Hanno sperato sia durante la passione che subito dopo la sua morte. Ma quei tre giorni di silenzio proprio no: son passati tre giorni… È ancora possibile sperare?

Scopriamo così che se la nostra speranza viene meno non è perché manchino i segni di una presenza, ma perché non sappiamo attendere l’ora e il momento di Dio. Siamo noi a fissare i tempi e sono tempi che esprimono la nostra poca fede.

La speranza è un credito di fiducia aperto nei confronti di Dio oltre quello che riusciamo a vedere e a capire.

I due raccontano come sono andate le cose ma sono incapaci di vedere la novità. La raccontano ma non la riconoscono. Sono due buoni cronisti, non due storici. Senz’altro, da cronisti, noi registriamo le perdite ma siamo incapaci di avvertire quello che già sta spuntando dalle rovine. Eppure qui sta il compito profetico del cristianesimo. Il nostro occhio è spesso fermo su ciò che muore ma non riusciamo a riconoscere quei germogli che già dicono il sorgere di una nuova alba. “Non può recare liete notizie chi non proviene dal futuro” (d. Tonino Bello).

Quanto le donne hanno visto, il sepolcro vuoto, la pietra ribaltata, il sudario abbandonato non sono ancora la certezza della vita ma sono senz’altro il segno che lì niente è rimasto com’era.

Eh sì. Ma i nostri occhi vogliono vedere come le mani vogliono toccare: il cuore ha bisogno delle sue ragioni. “Stolti e tardi di cuore… non bisognava…?”. Nessuno di noi, come i due di Emmaus, capisce perché sia necessario soffrire per entrare nella gloria. Siamo incapaci a fidarci della promessa di Dio, bisognosi come siamo di misurare le cose solo col nostro metro, secondo il quale Gesù avrebbe dovuto liberare Israele non come ha fatto ma come noi ci saremmo aspettati. Egli non ha fatto così e dunque le cose sono andate male. Ma non poteva essere diverso il disegno di Dio? più grande del nostro? Perché non ti fidi?

Quello strano viandante li aveva disincantati non certo disprezzando la meta o condannando quello che si erano prefissi. Solo aveva provato a far ardere il cuore, lo aveva dilatato. Emmaus non viene mai disprezzata. Anch’essa è dono del Signore. Qualche volta persino una ghianda rubata ai porci, per chi non ha di meglio, è il paradiso. Ma non basta. Essi non potevano pensare che a quel villaggio, Emmaus, ma ora hanno scoperto qualcosa di più grande. C’è qualcosa di più grande di una via di fuga: anche per te. Prova ad aprire gli occhi.

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