Il buio e la luce – Veglia pasquale

1 08.44.26Ogni anno, quando riviviamo questa veglia, è come se la liturgia ci prendesse per mano e ci guidasse verso un percorso di consapevolezza e di illuminazione. Il clima in cui si svolge la veglia pasquale, infatti, richiama ciò di cui è impastata la nostra umanità, quella di ieri come la nostra. È impastata di buio e di paura ma anche di desiderio di luce, di pienezza, di vita, di voglia di ricominciare. Proprio questa veglia ci ricorda che a Dio si va a partire dalla condizione in cui ci si trova ed Egli ci raggiunge così come noi siamo. Basterebbe ripercorrere tutti i racconti della risurrezione per accorgersi di come Gesù si renda presente nel momento del cenacolo dove sono riuniti gli Undici per timore dei Giudei come nel dubbio di Tommaso, nella fuga di Emmaus come nella ricerca accorata di Maria di Magdala.

Le donne che si recano al sepolcro, pur volendo esprimere ancora la pietà per il corpo del Maestro, conoscono l’amarezza e l’angoscia che si sperimentano quando ti è stato strappato qualcosa troppo prematuramente. Chi lo avrebbe detto che il Signore e il Maestro dovesse finire in quel modo tanto ignominioso? A ciò si aggiunga il fatto che al loro stato d’animo già provato, qualcosa di esterno finisce per incutere addirittura paura.

Già. La paura: sarebbe interessante rileggere la storia anche da questo versante, cioè dai vicoli ciechi in cui ci ritroviamo quando a condizionarci è proprio la paura. Quante occasioni perdute, lasciate cadere, per paura! Quante opportunità accantonate, per paura! Sembra quasi che sia la paura a dominare la storia, le relazioni, le scelte.

Chi ha seguito Gesù in questi giorni santi, sa che cosa ha avuto la meglio: la paura, il dubbio, la violenza, la vigliaccheria, l’incapacità di saper mantenere quanto promesso, il timore di rimetterci la pelle oltre che la faccia, l’opportunismo, la ricerca del proprio tornaconto, il voltabandiera. È stato così per Pietro, per Giuda, per Erode, per Pilato, per le folle. È stato così anche per coloro che scrutavano le Scritture e, tuttavia, non sono stati capaci di riconoscere in Gesù di Nazareth, colui che essi attendevano. Sembra quasi che non si salvi nessuno: prima o poi, chi più, chi meno, tutti facciamo i conti con la nostra dose di paura. Non abbiamo detto a qualcuno di volergli bene, ma poi… per paura die sporci, lo abbiamo lasciato solo? Non abbiamo detto: su di me puoi contare sempre, ma poi…per paura di sbilanciarci troppo, ci siamo tirati indietro? Non abbiamo conosciuto anche noi la seduzione della sopraffazione e del potere? E per che cosa, se non per mettere a tacere la paura della morte? Ci illudiamo tutti di essere finalmente in grado di poterla fronteggiare e ciascuno trova il modo più idoneo a sé.

Questi giorni santi ci ricordano che quando è Dio a mettersi nelle nostre mani, non siamo neppure consapevoli di ciò che ci è partecipato: infatti, non tardiamo a metterlo a tacere. Siamo impastati di paura e, perciò, di rivalsa. A ragione, Primo Levi, scriveva circa l’olocausto: “È accaduto, quindi potrebbe avvenire di nuovo”. Davvero, a voler essere onesti, abbiamo dalla nostra un ben poco onorato curriculum circa la permanenza in questo mondo. E non ci rendiamo neppure conto che ciò che fa star male noi è la stessa porzione di male che carichiamo su qualcun altro. Quando Dio ha scelto di mettersi nelle nostre mani, com’è stato ripagato? Con l’unica moneta in corso tra di noi, la morte.

Per grazia, però, Dio non ci ripaga con la stessa moneta: gli uomini possono far questo ai loro simili e persino a Dio, ma Dio non lo farà mai. Ecco la Pasqua.

“Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro (…)

Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto;

dove gli uomini dicono “perduto”, lì egli dice “salvato”;

dove gli uomini dicono “no”, lì egli dice “sì”.

Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente e incomparabile.

Dove gli uomini dicono “spregevole”, lì Dio esclama “beato”.

Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, proprio lì Dio ci è vicino come mai lo era stato prima.

Lì egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del suo amore, della sua vicinanza e della sua grazia” (D. Bonhoeffer).

Se gli uomini disertano, Dio no. Egli usa gesti e parole di tenerezza proprio per tutti i campioni di negatività di cui il Vangelo è memoria perenne. Dio non cessa di prenderci per mano e di portarci oltre le nostre paure, proprio come un genitore prende per mano il proprio bambino e lo fa andare oltre l’incomprensione e lo smarrimento. Difficile andare oltre l’esperienza fatta: eppure è proprio questa la consegna e l’invito della Pasqua. La Pasqua getta nuova luce sulle nostre vicende, proprio come il sole che sorge illumina realtà presenti ma che al buio corrono il rischio di non essere notate. Per questo il nostro buio, il buio di questa chiesa è stato via via rischiarato da quella luce che a partire dal cero pasquale abbiamo condiviso con chi era accanto a noi.

È il compito che ci attende: alimentare ciò che è a rischio e illuminare ciò che è tenebroso.

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