Restare umani – Le Palme

getsemaniQuesto è il giorno del grande malinteso: qualcuno pensa sia giunto il tempo in cui finalmente Gesù instaurerà il Regno di Dio, qualcun altro ritiene Gesù soltanto un grande impostore. Forse nessuno comprende fino in fondo che cosa stia accadendo. D’altronde, come tenere insieme un ingresso trionfale nella città santa e il suo epilogo in una condanna a morte?

Abbiamo bisogno di metterci in ascolto del racconto della passione se non vogliamo perpetuare il grande malinteso di quei giorni.

Ho provato così a lasciar parlare il mondo interiore di Gesù soprattutto nel momento in cui egli avverte il bisogno di mettersi in preghiera davanti al Padre. Per Gesù si tratta di ingaggiare una vera e propria lotta non tanto con chi svolge l’ingrato compito di catturarlo quanto con la tentazione sempre più seducente di fuggire. È possibile scegliere di farsi dono mentre è più che mai tangibile l’incomprensione e il rifiuto persino da parte di chi ti si proclama amico e discepolo? Ha ancora un senso dare la vita in un simile frangente? Ha senso amare? È possibile restare umani?

Forse ci scandalizza il Gesù in preda all’angoscia, ma il Vangelo non ci ha mai restituito l’immagine di un super-uomo o di una figura eroica. L’umanità di Gesù è vera quanto la mia umanità quando prova paura e sente non poche volte di voler sfuggire alla presa. Pur credendo che Gesù sia vero Dio e vero uomo, avremmo preferito non si trattasse di una umanità tanto fragile e provata.

Forse anche noi sogniamo una vita cristiana al riparo da fragilità e debolezze che invece affiorano a ogni snodo dell’esistenza, quasi ritenessimo che il cammino di Gesù sia un cammino solo per chi crede di aver raggiunto una certa maturità.

Restate qui e vegliate…

Non lasciatemi solo! Ai tre discepoli che già lo avevano accompagnato sul monte della Trasfigurazione, Gesù consegna il suo stato d’animo fortemente provato: la mia anima è triste fino alla morte. Rivela la fragilità da cui si sente attraversato. Ciò che egli sperimenta è ciò che prova ogni uomo quando grida il bisogno di qualcuno che gli stia accanto, il bisogno di una compagnia: vegliate con me. Anche Gesù chiede la condivisione di un momento difficile mentre lotta con paure e desideri che affollano il suo cuore.

Allontana da me questo calice!

Più volte Gesù aveva predetto la sua fine ignominiosa, più volte aveva dovuto ridimensionare le mire trionfalistiche di Pietro e degli altri discepoli proprio a questo riguardo. Ora, invece, sembra tirarsi indietro mentre chiede al Padre di sfuggire al momento che sta per incombere e verso cui si era diretto con tanta determinazione. Conosciamo anche noi – forse non in modo così drammatico – la lotta interna al nostro cuore: “voglio e non voglio, ho deciso e ho paura… mi butto e insieme vorrei fuggire”. Anche Gesù fatica a consegnarsi. Solo in un secondo momento aggiungerà: però non ciò che voglio io…

Credo che con troppa facilità noi colmiamo lo scarto che c’è tra i due momenti della preghiera di Gesù, tra “la resistenza e la resa”. Quello scarto verrà denominato dai mistici “la notte oscura”, quando si sperimenterà aridità, non senso, comunione di mensa con i peccatori. Ciascuno di noi attraversa anche più volte questo tipo di esperienza interiore. Per questo abbiamo bisogno di non distogliere lo sguardo da questa icona di Gesù prostrato davanti al Padre nel Getsemani. Quella scena si ripeterà per ben tre volte: non si tratta quindi di un calo di tono momentaneo. È piuttosto un’esperienza che segna la vita profondamente e a volte dura giorni, mesi, anni. Non è facile ripetere: non ciò che voglio io ma ciò che vuoi tu.

Ma che cosa permette questo passaggio dalla resistenza alla resa? A favorire tale passaggio non è lo sforzo della volontà ma la consapevolezza di continuare a stare a cuore al Padre anche se si attraversa il dramma dell’angoscia e dell’abbandono. La lotta interiore che si consuma nel cuore di Gesù ha un suo approdo nella certezza che non è abbandonato ad un cieco destino o alle mani di chi lo tradisce, ma è nelle mani del Padre. Il dramma della fede si supera solo nella consegna di sé. Credere, infatti, significa consegnarsi.

E i discepoli? Che fine hanno fatto? Li trovò addormentati. Non ce l’hanno fatta, neanche a distanza sono stati in grado di percepire il dramma che si stava consumando nel cuore del Maestro.

Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora?

Accompagnare Gesù nella sua agonia e scrutarne i risvolti drammatici, significa anche prendere coscienza di tutta la nostra povertà. La pretesa di fedeltà e di abnegazione che Pietro aveva vantato in precedenza si scontra con la propria invincibile debolezza.

Vegliate e pregate per non entrare in tentazione.

Di cosa sta parlando Gesù? Della sua tentazione di fuggire dalla volontà del Padre. È di sé che parla quando dice che lo spirito è pronto ma la carne è debole. Certo, è arrivato a questo punto della sua vicenda con consapevolezza, liberamente (lo spirito è pronto), ma il mondo emotivo e interiore, la volontà umana è in tempesta (la carne è debole).

Gesù si sta confidando con i suoi e li invita a vivere i momenti di debolezza come sta facendo lui, non isolandosi ma continuando a mettersi nelle mani del Padre proprio come ha fatto lui. La carne è debole, ossia: attenzione a illudervi delle buone intenzioni e dell’avere obiettivi chiari. Quanto cristianesimo vantato, esibito! Non basta. È necessario, umilmente, essere consapevoli della precarietà delle nostre scelte, sempre passibili di smentite.

Noi di solito leggiamo la tentazione come la spinta a compiere qualcosa di male. Qui si tratta di qualcosa di molto più subdolo: la madre di tutte le tentazioni è la paura della volontà di Dio. Gesù sarà a chiamato a scegliere non secondo un criterio di realizzazione e di benessere immediati, ma secondo un bene che solo il Padre conosce.

Restate qui: imparare a stare con Gesù non solo nell’ora in cui tutto sembra confermare le nostre aspettative, ma anche in quella della solitudine e dell’angoscia.

Quel restate qui lo sento come un invito a non aver paura della propria vulnerabilità. Lo sento ancora come un invito a intercettare attorno a noi quelle situazioni di povertà e di limite che ci chiedono non soluzioni anzitutto ma l’esercizio della compagnia (vegliate con me).

Alzatevi, andiamo!

Per andare è necessario alzarsi. Da che cosa dobbiamo alzarci? Dal torpore di una vita cristiana a costo zero, dal torpore del vivere con Gesù solo i giorni in cui i nostri progetti personali sono in sintonia con i suoi, dal torpore di chi, volendo tenere sotto controllo la situazione, ha paura di consegnarsi con spirito di fede.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Rosaria Montefusco ha detto:

    Gesù fa che ogni giorno non ti condanniamo a morte con il nostro peccato, con le bestemmie, con i tradimenti dicendo non ti conosco in diverse occasioni che ci possono capitare. Aiutaci

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