Quale Gesù? – V di Quaresima

Legittimo il desiderio di chi vuol vedere Gesù, quasi naturale la richiesta dei Greci: quell’uomo era appena entrato trionfante nella città santa osannato da una folla che lo acclamava come Messia atteso. Se a questo si aggiunge che solo pochi giorni prima aveva persino risuscitato il suo amico Lazzaro, il cerchio è chiuso. Per non parlare, poi, di tutto il resto che circolava sul suo conto: paralitici rimessi in piedi, ciechi che avevano recuperato la vista, una folla innumerevole sfamata con pochi pani e pochi pesci, chi non vorrebbe conoscere un uomo così? Uno così, infatti, potrebbe affrancarti da tutte le fatiche del vivere, da tutte le preoccupazioni che ti assillano. Uno così ti fa presagire tempi migliori ridonandoti la capacità di sfidare ogni ostacolo e di ricominciare. Conosciamo tutti cosa accade quando ci imbattiamo in qualcuno che si presenta a noi in veste di risolutore assicurandoci “magnifiche sorti e progressive” (Leopardi). Chi non si lascerebbe convincere da un conveniente low cost?

Vogliamo vedere Gesù.

C’è determinazione in queste parole. È come se dicessero: non ci basta soltanto sentirne parlare. Non vogliamo amori di seconda mano: abbiamo bisogno di renderci conto personalmente di ciò che tanti non smettono di decantare. Chi sa di buono non può non far venire la voglia di gustarlo, chi espande un certo profumo non può far venire la voglia di annusare.

Legittimo tutto questo ma infecondo. Sarebbe come credere che l’amore vero coincida con le frasi facili a cui, talvolta, apponiamo il nostro like o ritroviamo nei baci perugina. La vita ha nulla a che spartire con i sentimenti facili di un sabato sera qualunque o con le scritte vergate lungo i sentieri che portano ad una chiesa il giorno in cui due ragazzi convolano a nozze.

L’amore vero, la vita vera, la vera bellezza hanno un prezzo: non ci sono sconti e non ci sono low cost. Non è forse vero che quando ami, l’altro ti scombussola tutto: le scelte, gli interessi, i gusti, i difetti, persino il carattere, i giorni, le notti, il lavoro, la festa, la gioia, il dolore, le delusioni, le speranze?

Ci incantano in estate le distese di grano nelle nostre campagne: eppure non accade altrettanto quando vediamo quella stessa campagna nel cuore dell’inverno. In quel frangente, infatti, nulla lascerebbe presagire un diverso scenario mentre il seme è gettato nelle zolle quasi spandendo odore di marcio a contatto con il letame. Vorremmo tutti gioire del frutto maturo senza attraversare la notte della macerazione, vorremmo conoscere volentieri il successo senza aver speso neppure una goccia di sudore.

“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane da solo; se invece muore produce molto frutto”.

Vuoi vedere Gesù? Lo devi contemplare nel segno di un chicco di grano: è tutto lì.

C’è una morte necessaria, tutta da vivere e da attraversare con la fatica propria di ogni morte, il cui esito, però, è la vita, il frutto. Come il chicco di grano, così il Cristo.

La fede è ciò che ti permette di intravedere il grano maturo mentre tutti contemplano solo un seme che marcisce.

D’ora in poi chi vorrà ritrovarsi dovrà accettare di perdersi, chi vorrà essere colmato dovrà accettare di svuotarsi, chi vorrà illuminare e splendere dovrà sperimentare la tenebra, chi vorrà amare dovrà accettare di non essere riconosciuto.

Vuoi ancora vedere Gesù, questo Gesù?

La vita cristiana non è un “mi piace” ma un “mi dono” (papa Francesco).

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