Vita per – V di Quaresima

germoglio-3Vicina è la Pasqua del Signore. E Gesù si preoccupa di introdurci nel senso di questa festa, quasi avverta un rischio permanente e trasversale ad ogni generazione di credenti: quello di non cogliere il messaggio che vi è sotteso.

Era accaduto anche a quei Greci che erano saliti a Gerusalemme i quali, nella loro sincerità e schiettezza, avevano chiesto di voler vedere il Signore. Sincera la loro domanda ma superficiale, legata molto a un Signore che da poco era entrato osannato dalla folla nella città santa al punto che i farisei avevano esclamato: ecco che ora tutto il mondo gli va dietro (Gv 12,19). Inoltre, solo qualche tempo prima, quel Gesù aveva compiuto segni prodigiosi, ultimo quello di Lazzaro. Chi, di fronte a un tale segno non sentirebbe sgorgare spontanea la domanda: vogliamo vedere il Signore? Ancora una volta avrebbero voluto che Gesù esibisse segni di potenza. Accade anche a noi di chiederne soprattutto quando la realtà sembra smentire il senso, la plausibilità e l’opportunità (non importunare il Maestro, avevano ripetuto un giorno alcuni servi) di una fede. Decliniamo volentieri un cristianesimo di potenza, di prestanza. Ci riconosciamo di più in un cristianesimo dell’evidenza e del riconoscimento piuttosto che in quello del nascondimento del seme che muore perché vita fiorisca in abbondanza.

La domanda dei greci è una domanda che sembra attuare l’antica profezia di Ger 31,34: tutti mi conosceranno… Persino i pagani. Il frutto di quella morte che di lì a poco si consumerà, non sarà per pochi eletti ma per Giudei e Greci, schiavi e liberi.

E tuttavia il volto di Gesù che la liturgia ci consegna non è più quello dei segni prodigiosi, è piuttosto quello di colui che pur essendo Figlio imparò l’obbedienza da ciò che patì. Volto inedito, sconosciuto ai più, inatteso, paradossale, appunto.

La domanda/richiesta dei Greci diventa occasione perché Gesù risponda manifestando tutta la sua consapevolezza di ciò che sta per accadere: diceva questo per indicare di quale morte doveva morire (Gv 12,33). Gesù immediatamente non sembra concedersi a quella richiesta perché “il cristiano è, costitutivamente, senza visione”. La fede è ciò che caratterizza il discepolo: una promessa sostiene il suo peregrinare incerto. È solo la fede che permette di riconoscere il Figlio di Dio nell’uomo Gesù, il Risorto nel Crocifisso, la gloria nella croce.

Gesù sembra addirittura forzare il discorso introducendo il tema del chicco di grano che deve morire. Dio lo si può vedere solo nell’annientamento, nel silenzio e nel buio di quella esperienza dolorosa nella quale Gesù sta per entrare. Non nel prevaricare né nel rivendicare e tantomeno nel costringere o sopraffare. Un tale spettacolo lo potrà sostenere solo chi ama di un amore infinito. Lì si vede Dio: quando sarà innalzato. Lì, e così lo si testimonia.

E noi ci ritroviamo così ammaestrati da Gesù circa la capacità di divenire consapevoli, come singoli e come comunità di credenti, circa i tempi e i modi in cui si attuerà la nostra consegna, la nostra disponibilità a dare la vita, anche se non senza turbamento e tentazione, proprio come il Figlio.

Sì, perché la via per vedere Dio è quella di diventare seme che porta frutto proprio nella misura in cui accetta di essere sepolto nella terra e morire. Per celebrare la Pasqua non c’è altra strada se non quella di nascondersi come lui, scendendo e rivivendo la parabola del chicco di grano. Dio si manifesta là dove c’è la condivisione di una vita cha passa attraverso il dono di sé. Perché il chicco sprigioni la sua forza vitale e feconda, è necessario che muoia: così Gesù rilegge la sua esistenza e così rilegge quella dei discepoli.

Dio lo si conosce solo nella misura in cui si accetta di condividerne la sorte: Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io là sarà anche il mio servitore (Gv 12,26). Il luogo di Dio non è mai nel segno della potenza o della forza: è in una mangiatoia, in un chicco di grano che muore, in un pane spezzato, in un catino d’acqua versata, in un perdono condiviso, in un’amicizia perennemente offerta anche al traditore, in una tomba abitata per condividere la sorte dei fratelli.

Si entra nella Pasqua se si accoglie un’economia del gratuito, del disinteresse. Se si arriva a comprendere che il limite, la fragilità, la debolezza e, da ultimo, la morte, sono uno dei linguaggi attraverso i quali la vita si esprime.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Rosaria Montefusco ha detto:

    Signore fa di me un chicco di grano nascosto nel terreno che muore e da molto frutto.

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